Il rito di scrivere: l’arte di esprimersi (seconda parte)

La soglia t’impone, per poter proseguire, di abbandonare te stesso.

Illustrazione di Laura Angelucci

Illustrazione di Laura Angelucci

I

La prima cosa che la Scrittura – l’arte – esige come pegno, è la paura.

Non una ma tutte le tue paure. Le chiede in pegno, poi le restituisce.

Ma sulla soglia ti chiede, per poter proseguire:

“Vuoi tu affidarmi le tue paure e spogliarti, fintantoché io sarò dentro di te?”

II

Ti chiede poi di rinunciare al possesso. Questo è mio, questo è tuo, questo è suo, questo è loro. Oltre la soglia non esistono più. Oltre la soglia non c’è spazio per divisioni e staccionate. Fintanto che scrivi non sai più dirti cosa c’è di originale, cos’è stato già detto. Non c’è tempo di fermarsi in applausi a se stessi, gongolerie di alcun tipo; non c’è tempo per critiche e accuse, quei cavillosi burocrati con gli occhialetti che contano e ricontano le parole prese d’altri, i prestiti e le concessioni, i meriti e le colpe. Perché nel regno delle profondità c’è solo la proprietà degli uomini e non esistono individui che posseggano terre. Le immagini e le emozioni che attraversi sono i campi fioriti e il grano di tutti.

La Scrittura sulla soglia ti chiede:

“Vuoi tu rinunciare alla parola io, germe d’ogni vincolo, d’ogni senso di proprietà?”

III

Infine, lei chiede un’ultima cosa. Chiede di perdere il tempo, di perdere casa ed occhi. Sulla soglia, se vuoi proseguire, è bene prima di tutto saper perdere gli occhi ed entrare là dove la vista s’attiva all’interno. Lì infatti non c’è il tempo, che scorre lontano come aldilà di uno specchio. Non c’è più la casa, cioè luogo che tu riconosca come unico spazio in cui è lecito andar nudi. Se scrivi oltre la soglia puoi andar nudo ovunque, attraverso tutte le case, attraverso i corpi e gli occhi di tutti. Puoi entrar loro dentro come fosse ovunque una casa.

La Scrittura allora ti chiede:

“Vuoi tu rinunciare al tuo corpo? Renderlo strumento flessibile per tutti i viaggi che t’indicherò, per tutte le visioni che t’offrirò, senza ricordare mai il tempo che passa, senza lamentare dolore alcuno – che pure sentirai – mentre la mano ti pulsa, ti viene il crampo alle dita, la schiena curva ti duole e le gambe gemono, scalpitano, pronte a saltar via?”

Solo accettati i termini di questo patto, chi scrive può cominciare a farlo davvero. Ed è terrificante quando t’accorgi che non sei ancora pronto, che le richieste della Scrittura ad un corpo d’uomo che scrive sono spropositate. E’ terrificante quando t’accorgi che è solo così che puoi Scrivere, che solo così si risponde dignitosamente alla chiamata. Perché quando sei sulla soglia e percepisci, poi comprendi, che ti viene richiesto qualcosa di più che un semplice inchiostrare la carta, qualcosa che ha a che fare con la vita, e proprio con la tua, qualcosa che se osi seguire comincerà a trasformarti completamente, con il suo esigere ad ogni passo obbedienza, è solo allora che scopri la tua debolezza.

E’ lì, su quella soglia. E’ quando ti viene paura di non essere abbastanza che ricordi d’essere un uomo. E ricordi che esser tale significa sentirsi inadeguato di fronte alla chiamata d’esprimersi che ad ogni giro si presenta a bussare.

Lei lì, granitica, possente.

Tu di fronte, piccolo, impaurito.

Quella è la soglia che si ripresenta ogni volta assieme alla chiamata che ti chiede di Scrivere. E tu ogni volta sei investito del compito immane di scegliere. Se inchinarti, credere e proseguire; oppure cedere, opporti, battere in ritirata.

E capita spesso di soccombere alla paura. Per stanchezza, molte volte, altre per arroganza. Allora si può certo scrivere ancora, ma solo nel senso di usare l’inchiostro, di allenare la calligrafia, di sforzare i tendini del braccio.

Ma la chiamata torna sempre, gentile e costante, imperiosa allo stesso tempo. Lascia a te suprema libertà di scelta. Del resto le cose si fanno in due, soprattutto quando c’è da imparare, crescere, amarsi.

Quando ti troverai sulla soglia e sentirai che quello che scrivi non è abbastanza, che le immagini non prendono forma o son sempre le stesse che si ripetono, quando i corpi delle persone di cui parli paiono burattini grotteschi che hanno tutti la stessa voce – la tua -, dai retta a me: abbi paura. Provala, ma senza temere.

L’ultima cosa che devi fare è opporle resistenza con arroganza sfacciata: non arroccarti nelle prigioni desolate delle “cose che si leggono oggi”, delle richieste delle mode, delle regole dei manuali, delle cose da scrivere per fare i soldi.

Perché allora la Scrittura ti punirà, e sarà tanto più spietata quanto più le opporrai resistenza con le armi dello sconforto, dell’autosvalutazione, dell’invidia impotente, della stizza rabbiosa, dell’arrogante cinismo. E si servirà di te stesso per punirti, come il più sadico dei carnefici. Le basterà lasciarti rinchiuso entro te stesso a specchiarti nei tuoi mille specchi, a macerare nelle tue debolezze, quei succhi amari che hai rifiutato di bere quando lei te li ha offerti sulla soglia. Perché vedi, ti dice, basta berli. Bevili tutti. Perché per cominciare a Scrivere davvero devi accettare i tuoi limiti, non nasconderli. Come se lei, la Scrittura, non li conoscesse! Come se lei poi non ti vedesse, che tenti in ogni modo di coprirti, dissimulando, agghindandoti con drappi per coprire le tue naturali storture, anziché mostrarti nudo dinanzi a lei, nella tua umile fierezza.

Ecco, così si fa. Accetta quella paura che sale su come un groppo alla gola quando non sai più cosa dire e non ti vengono le parole. Abbandonati ad essa e, se sarai abbastanza fedele da meritare fiducia, sarà la Scrittura che verrà a prenderti, e quando meno te l’aspetti.

Incomincia così: ti fulmina gli occhi dinanzi ad un volto, una voce. Ti fa crollare in ginocchio di fronte a scenari che credevi quotidiani e invece un giorno ti si rivelano nella loro maestosa ricchezza. E poi trafigge il tuo cuore, dal quale comincia a sgorgare il sangue. Quel sangue si tramuta in parole e la tua mano si limiterà a trascriverle.

Giulia D’Alia. Laureata in filosofia, dal 2012 collabora con “Le Officine del Racconto”. Attualmente approfondisce i linguaggi del cinema documentario presso il Dams di Roma Tre.

Laura Angelucci, 25 anni, studentessa all’Accademia di Belle Arti di Macerata, illustratrice.
http://lauraangelucci91.wix.com/meglioscriverlo

 

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