Ricordando Sebastiano Vassalli: “Scrivere le mie storie”

«L’anticamera della stanza dove lavoro è sempre affollata di storie che aspettano di essere raccontate. Io un po’ le blandisco e un po’ le trascuro, perché non posso dedicarmi a più di una storia per volta, ma ho già stabilito i turni: quando avrò finito di occuparmi della storia “a” (la favorita del momento), mi occuperò della storia “b”, e poi della storia “c” e via raccontando…finché ne avrò la possibilità e la capacità. Le storie sono amanti dispotiche ed esigenti, e verrà anche per me il momento in cui non sarò più in grado di corrispondere alle loro pretese.

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Per raccontare una storia bisogna innanzitutto corteggiarla: imparare a conoscerla, blandirla, assecondarla…A volte il corteggiamento è breve, di qualche settimana; a volte – nel caso di storie particolarmente complesse – può durare più a lungo. Quando poi si è entrati in sintonia con la propria storia, la si vive, non soltanto in metafora ma nel modo più concreto possibile. Per creare personaggi letterari vivi e credibili l’autore dispone di una sola vita: la sua, e deve spenderla nelle sue storie, senza illudersi di poter giocare al risparmio. Ogni storia a cui metterà mano sarà la sua storia, anche se in fondo alla coscienza rimarrà la consapevolezza che si tratta ‘solo’ di un racconto. Qualcosa del genere succede anche quando si dorme e si vivono le vicende di un sogno sapendo che prima o poi ci si sveglierà.

Nel rapporto tra lo scrittore e le sue storie la prima fase, quella di corteggiamento, è immune da scrittura. Si incomincia col seguire la storia, col parlarle, con l’accarezzarla; col contemplarla e con l’ascoltarla. È questa la parte bella del lavoro di chi racconta. Il fascino di una storia, in questa fase, è illimitato, le sue possibilità di schiudere orizzonti sono apparentemente infinite. Diventano – ahimè – finite, quando devono tradursi in qualcosa: in scrittura, in immagini. La scrittura è la seconda fase del raccontare storie. È un bosco intricato e impenetrabile, è la “selva selvaggia ed aspra e forte” di cui parla Dante, “che nel pensier rinnova la paura. La paura di mettersi al tavolino, davanti a un miserabile foglio bianco, per dare forma all’informe e limite a ciò che, per sua natura, non dovrebbe avere limiti. Per trasformare un’avventura e una passione in una mattonella di carta: il detestabile, l’orrendo libro».

Sebastiano Vassalli, da “Come si scrive un romanzo”, a cura di Maria Teresa Serafini

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