Diari di scrittura: Marcel Proust

Certi giovani scrittori auspicano un’azione breve con pochi personaggi. Non è la mia concezione del romanzo. Come spiegarvelo? Voi sapete che c’è una geometria piana e una geometria dello spazio. Ebbene, per me il romanzo non è solo fatto di psicologia piana, ma anche di psicologia nel tempo. Questa sostanza invisibile del tempo, ho cercato di isolarla, ma occorreva a tale scopo, che l’esperimento potesse protrarsi. Spero che alla fine del mio libro un certo piccolo fatto sociale senza importanza, un matrimonio tra due persone, che nel primo volume appartengono a due mondi molto diversi, indicherà che è passato del tempo e assumerà quella bellezza che hanno certi tubi di piombo patinati di Versailles, che il tempo ha inguainato in un fodero di smeraldo. E poi, come una città, mentre il treno segue il suo cammino contorto, ci appare ora alla nostra destra, ora alla nostra sinistra, così i diversi aspetti che uno stesso personaggio avrà assunto agli occhi di un altro, al punto di esser diventato quasi tanti personaggi successivi e differenti, daranno – solo con questo mezzo però – la sensazione del tempo trascorso. Tali personaggi si riveleranno più tardi differenti da come sono nel volume attuale, differenti da come li giudicheranno, come accade molto spesso nella vita, del resto.

Sotto questo profilo, il mio libro potrebbe essere una specie di saggio di una serie di “Romanzi dell’Inconscio”; non mi vergognerei affatto di dire di “romanzi bergsoniani”, se ne fossi convinto, perché in tutti i tempi succede che la letteratura cerchi di collegarsi – a posteriori, naturalmente – alla filosofia regnante. Ma non sarebbe esatto, perché la mia opera è dominata dalla distinzione fra la memoria involontaria e la memoria volontaria, distinzione che non soltanto non figura nella filosofia di Bergson, ma è addirittura in contraddizione con essa […]

Già in questo primo volume vedrete questo personaggio che racconta, che dice “Io” (e che non sono io) ritrovare d’un tratto anni, giardini, esseri dimenticati, nel gusto di un sorso di tè in cui ha inzuppato un pezzetto di madeleine. Se mi permetto di ragionare a questo modo sul mio libro è perché non è affatto un’opera di ragionamento, è perché i suoi più piccoli elementi mi sono stati forniti dalla mia sensibilità, perché li ho scorti, dapprima, al fondo di me stesso, senza comprenderli, provando una fatica non minore a convertirli in qualche cosa di intellegibile che se fossero stati estranei al mondo dell’intelligenza quanto – come dire? – un motivo musicale. Mi sembra che pensate si tratti di sottigliezze. Oh, no, vi assicuro, si tratta invece di realtà. Quel che non abbiamo avuto bisogno di chiarire noi stessi, quel che era chiaro prima di noi (per esempio, le idee logiche), non è mai veramente nostro, non sappiamo neppure se è realtà.

Lo stile non è affatto un abbellimento come credono certe persone, non è neppure una questione di tecnica, è – come il colore per i pittori – una qualità della visione, la rivelazione dell’universo particolare che ciascuno di noi vede, e che gli altri non vedono.

Tratto da “Swann spiegato da Proust”, in “Scritti mondani e letterari”.

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