Irène Némirovsky: scrivere per testimoniare

Spesso il compito di uno scrittore è testimoniare contro il proprio tempo, raccontare, andando a volte controcorrente, le miserie dei propri giorni e il delirio della ragione dei propri simili. È anche grazie a queste testimonianze e la compassione verso ciò che si è visto, che riusciamo ancora ad avvertire la speranza di un mondo nuovo. Ecco come Irène Némirovsky descrive in “Suite francese” la Parigi sotto i bombardamenti.

 

«All’improvviso un velivolo si stacco dal cielo,  scese in picchiata sulla folla. Jeanne pensò: precipita! Poi: ma no, ci mitraglia, ci prende di mira, siamo perduti… istintivamente si portò le mani alla bocca per soffocare un grido. Le bombe erano cadute sulla stazione e un po’ più in là, sulla strada ferrata. La tettoia di vetro crollò in mille pezzi, che vennero proiettati sulla piazza ferendo e uccidendo coloro che vi si trovavano.

C’erano donne che, in preda al panico, gettavano via i loro figli come pacchi ingombranti e scappavano. Altre, invece, li afferravano e li stringevano sé con tanta forza che sembrava volessero farli tornare di nuovo nel loro grembo, come se quello fosse l’unico rifugio sicuro. Un’infelice rotolò ai piedi di Jeanne: era la donna dai gioielli falsi. Le scintillavano sul petto e sulle dita, e dalla testa fracassata colava sangue. Quel sangue caldo era schizzato sul vestito di Jeanne, sulle sue calze e sulle sue scarpe. Fortunatamente lei non ebbe il tempo di contemplare i morti che aveva intorno. I feriti invocavano aiuto da sotto le pietre e i vetri in frantumi.

Jeanne si unì a Maurice e ad altri uomini che cercavano di sgombrare le macerie. Ma era un lavoro troppo duro per lei, non ce la faceva. Allora pensava a quei poveri bambini che vagavano sulla piazza cercando la madre. Li chiamò, li prese per mano, li raggruppò in disparte, sotto il portico della cattedrale, poi tornò in mezzo alla folla, e quando vedeva una donna sconvolta, urlante, che correva come impazzita da un punto all’altro, le annunciava con voce calma e forte, così calma e così forte che lei stessa ne era stupida: «I bambini sono sulla porta della chiesa. Andate a prenderli là. Chi ha perso i propri figli vada a prenderli in chiesa». E le donne si lanciavano verso la cattedrale. Alcune piangevano, altre scoppiavano a ridere, altre gettavano una specie di grido selvaggio, strozzato, che non assomigliava a niente che si fosse udito prima. I bambini erano molto più quieti. Le loro lacrime si asciugavano in fretta. Le madri se li portavano via, stretti al cuore.

Nessuna pensò a ringraziare Jeanne. Lei tornò verso la piazza, dove le dissero che la città non aveva subito molti danni ma che un treno-ospedale era stato colpito dalle bombe proprio mentre entrava in stazione. La linea di Tours, però, non era stata danneggiata; il treno si stava formando in quel momento e sarebbe partito da lì a un quarto d’ora. Già la gente, dimenticando morti e feriti, si precipitava verso la stazione aggrappandosi alle valigie e le cappelliere come naufraghi ai salvagente».

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