Sylvia Plath: “I diari”

Scritti tra il 1950 e il 1962 e pubblicati in Italia dall’editore Adelphi, “I diari” di Sylvia Plath sono una testimonianza diretta e imprescindibile del suo rapporto con la scrittura come antidopo al suo dolore originario.  In questo “deposito dell’immaginazione da cui estrarre il pressante materiale inconscio” veniamo invitati a percorrere le strade del suo impervio esilio e a varcare le soglie della sua preziosa sensibilità. Un viaggio tra vita e letteratura questo diario intimo, tra le eredità più significative della poesia del Novecento.

«La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura. E allora, come vivere con i mali minori e sminuirli ancora?».

«Il vento ha spinto sul mare una luna giallo intenso: una luna bulbosa, che germoglia nel cielo indaco sporco e sparge occhieggianti petali luminosi sulla nera acqua fremente.

Mi riescono meglio le descrizioni illogiche, sensuali. Testimone la frase qui sopra. Il vento non può assolutamente spingere la luna sul mare. Inconsciamente, senza parole, nella mia mente ho identificato la luna con un pallone giallo e leggero spinto qua e là dal vento.

La luna, stando al mio umore, non è esile, virginale e argentea, ma pingue, gialla, carnosa, gravida. Questa è la distinzione tra aprile e agosto, tra il mio stato attuale e uno stato fisico che avrò chissà quando. Ora la luna ha subìto una rapida metamorfosi, resa possibile da vaghe, indeterminate allusioni nella prima riga, ed è diventata un bulbo di tulipano, di croco, di aster, dopodiché arriva la metafora: la luna è “bulbosa”, aggettivo che significa pingue ma che, essendo l’immagine visiva di qualcosa di complesso, suggerisce un “bulbo”. Il verbo “germoglia” rafforza la prima allusione a una qualità vegetale della luna. La frase “cielo indaco sporco” crea una tensione suscettibile di infinite variazioni con qualsiasi combinazione di vocaboli. Invece di dire un’ovvietà come “nel terreno del cielo nottruno”, l’attributo “sporco” ha un duplice obiettivo: quello di descrivere un cielo blu macchiato e quello di evocare il sostantivo fantasma “terra”, che rafforza la metafora della luna come bulbo piantato nel suolo del cielo. Ogni vocabolo può essere minuziosamente analizzato per quanto riguarda sfumature, valore, calore, freddezza, assonanze e dissonanze di vocali e consonanti. Suppongo che tecnicamente l’apparenza visibile e il suono dei vocaboli presi a uno a uno assomiglino molto al meccanismo della musica… o al colore e alla grana di un dipinto. Ma, ignorante come sono in questo campo, posso solo tirare a indovinare e fare esperimenti. Però voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta, forse fino ad ora non i migliori in assoluto per il mio intento, ma nondimeno scelti dopo molte riflessioni. Per esempio, il moto incessante delle onde crea lo sfavillio del chiaro di luna. Per restituire il senso di moto discontinuo sono stati usati i participi “occhieggiante” (a suggerire uno staccato di scintille luminose) e “fremente” (a comunicare un movimento più legato e tremulo). “Luminoso” e “nero” sono ovvie varianti di brillante e scuro. Il mio problema? Non abbastanza libertà di pensiero, freschezza di linguaggio. Troppi cliché e troppe associazioni forzate, annidati nel subcosciente. Poca originalità. Troppa cieca adorazione per i poeti moderni e poca analisi e pratica».

Plath, Sylvia
Diari
prefazione di Ted Hughes
traduzione di Simona Fefé
Adelphi, 2004
pp. 433, euro 9,50

 

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