Amos Oz: scrivere un romanzo

Ancora prima di imparare a leggere, già sapevo come si fanno i libri: m’intrufolavo in studio in punto di piedi e andavo a sbirciare dietro le spalle di papà chino sulla scrivania, le spalle curve, la testa stanca che pareva galleggiare sul fascio di luce gialla proveniente dalla lampada, farsi strada pian piano, con fatica, lungo la sponda del sinuoso uadi in mezzo alla scrivania, fra due argini di libri impilati, procedeva e raccoglieva, si chinava e captava e studiava bene davanti alla luce, compulsando e cernendo e copiando sulle sue schedine, dettagli e note da ogni sorta di grossi tomi aperti e capovolti davanti a lui, e annotava e incastonava con cura e con impegno ogni particolare al posto giusto, quasi fossero state perle da infilare in una collana.

In fondo, anch’io lavoro più o meno così. Come un orologiaio o un fabbro dei tempi antichi, lavoro: un occhio quasi chiuso, nell’altro conficcata una lente di ingrandimento che sembra una trombetta, in mano delle minuscole pinzette; davanti a me sul tavolo non ci sono schede bensì dei foglietti sui quali mi annoto parole strane, verbi, aggettivi e sostantivi, e anche cumuli di frasi frammentarie, e scampoli di espressioni, cocci di descrizioni e un gran campionario di combinazioni azzardate. Ogni tanto pesco e raccolgo con grande prudenza fra le braccia delle pinzette una di quelle particelle, minuscole molecole di testo, la asciugo, la studio a lungo in controluce, la giro e la rigiro, limo e lustro un poco, pulisco di nuovo e controllo ancora sotto la lampada, limo ancora un filino, poi mi chino e innesto delicatamente la parola o l’espressione al posto giusto, nel tessuto del testo. Mi fermo. Guardo l’effetto di sopra e di lato e con la testa appena piegata, su o giù. Non sono ancora pienamente soddisfatto, estraggo la particella che ho appena incastonato, tento di metterci al suo posto un’altra parola o di inserire dentro un’altra nicchia della stessa frase, tiro fuori e smusso ancora un pochino, per fissare da capo il termine scelto, magari con un’angolatura leggermente diversa? O in contesto lievemente discostante? Magari più in fondo alla frase? O all’inizio della successiva? O non sarebbe meglio suddividere e fare qui una frase a sé, composta di un’unica parola?

Mi alzo, giro per la stanza. Torno alla scrivania. Ci penso ancora qualche momento, anche di più, cancello tutta la frase, o strappo piego straccio la pagina ne faccio brandelli. Che disperazione. Maledico me stesso ad alta voce maledico la scrittura e anche la lingua, qualunque sia, eppure riprendo a combinare tutto d’accapo.

Scrivere un romanzo, ho detto una volta, e più o meno come montare con i mattoncini del Lego tutte le catene montuose d’Europa. O costruire un’intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sino all’ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi. Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull’andamento dell’intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere; quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche queste sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio se mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va già scritto all’inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo? O lasciarlo invece come una frase brevissima a sé stante, un punto davanti e un punto e una nuova riga dietro? O no, forse è meglio che questo colore sia intinto nella corrente di una frase lunga e composita, articolata e fitta di termini? Forse invece conviene scrivere in quel punto solo tre parole, “luce della sera”, senza tingere quella luce della sera di alcun grigio celeste o azzurro cenere?

Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli Editore

 

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Charles Bukowski: “Chiedi alla polvere” di John Fante

Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles,nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente. Il loro stile era una mistura di sottigliezza, mestiere e forma e ciò che scrivevano veniva letto , appreso, assimilato e poi ritrasmesso a qualcun altro. Era un congegno funzionale, una “cultura della parola” assai scorrevole e prudente. Bisognava tornare agli scrittori russi precedenti alla rivoluzione per ritrovare il rischio e la passione.

C’erano delle eccezioni, ma erano così poche che le si esauriva in un attimo, per poi ritrovarsi a fissare file e file di libri di un’incredibile monotonia. A paragone degli scrittori del passato, i moderni non valevano gran che. Tirai giù dagli scaffali un libro dopo l’altro. Perché nessuno diceva niente? Perché nessuno gridava? Mi misi a cercare nelle altre sale della biblioteca . La sezione dei libri religiosi non era che un vasto acquitrino, almeno per me. Passai al reparto filosofia. Scovai un paio di tedeschi dall’animo amaro che mi tennero allegro per un po’, ma l’esperienza si esaurì ben presto. Provai con la matematica, ma era esattamente come la religione, mi scorreva sopra senza lasciar traccia. Ovunque cercassi, non trovavo niente che mi interessasse.

Mi rivolsi alla geologia e scoprii che era una materia curiosa, ma di scarso nutrimento. Trovai alcuni libri di chirurgia e ne fui incuriosito: la terminologia era del tutto nuova e le illustrazioni mi sembravano fantastiche. Apprezzai soprattutto l’operazione sul mesocolon, la cui tecnica finì per diventarmi familiare.
Poi abbandonai la chirurgia e tornai nella sala principale, che ospitava la narrativa. ( I giorni in cui non ero a corto di vino, non andavo mai in biblioteca. La biblioteca era il posto ideale per quando non avevo niente da mangiare o da bere, o la padrona di casa mi stava alle costole pere recuperare l’affitto arretrato. In biblioteca , almeno, c’erano i gabinetti. ) Ci ho visto una quantità di barboni, là dentro, per lo più addormentati sui loro libri. Continuavo ad aggirarmi per la sala grande, tirando giù un libro dopo l’altro, leggendo qualche riga, a volte qualche pagina, per poi rimetterli al loro posto. Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto.

Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso. Ero socio della biblioteca. Presi in prestito il libro e me lo portai in stanza, mi sdraia sul letto e ripresi a leggerlo, ma prima ancora di finirlo capii che l’autore era riuscito a elaborare un suo stile particolare .

Il libro “Ask the Dust” e l’autore era John Fante, che avrebbe esercitato un’influenza duratura su di me. Terminato “Ask the Dust” tornai in biblioteca in cerca di altri suoi libri. Ne trovai due: “Dago Red” e “Wait until Spring, Bandini”. Erano dello stesso tipo, scritti con le viscere e per le viscere, con il cuore e per il cuore.

Sì, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna , anche più di me,e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: “Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!”. Fante era il mio dio e io sapevo che gli déi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in “Angel’s Flight”, e illudermi che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo : è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E’ quella la porta dell’albergo ? Quella la hall? Non l’ ho mai saputo. Ho riletto “Ask the Dust” quest’anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere ce ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa ,però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la magia. Fante ha scritto altri libri oltre “Dago Red” e “Wait until Spring”, Bandini, e i loro titoli sono “Full of Life” e “The Brotherhood of the Grape”. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, “A Dream of Bunker Hill”. Per una serie di circostanze, quest’anno l’ho finalmente conosciuto.

Ma la storia di John Fante non è tutta qui. E’ la storia di un uomo fortunato e sfortunato in ugual misura , di un uomo di raro coraggio naturale. Un giorno qualcuno la racconterà , ma ho la sensazione che lui non voglia che lo faccia qui. Dirò solo che, nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi. E ora basta. Il libro è vostro.


 

Erri De Luca: lettere a nessuno

Non è facile spiegare come si fa a scrivere, nessuno lo ha spiegate a me, per semplice ragione che sono sempre stato un autodidatta. Ho fatto molti anni nei cantieri, ho lavorato come operaio cominciando come manovale. Sono arrivato a fare il muratore, questa è la carriera in diciotto anni di quella vita, e nessuno mi insegnava niente. Nei cantieri non c’è qualcuno che ti dice come si fa, si guarda come fanno gli altri e piano piano impari. Da noi si dice «rubare con gli occhi».

Impari il mestiere prendendolo dagli altri, guardi come fanno. E così è stato per lo scrivere. Chi scrive cerca, con la propria scrittura, di raccontare una storia, prima di tutto a se stessi. Poi queste storie possono diventare addirittura dei libri. Per me i libri sono lettere a nessuno, non so a chi le ho scritte, a chi le spedisco, so che stanno al fermo posta di una libreria e qualcuno passa di lì, cerca proprio quella casella in mezzo agli scaffali, sceglie nella posta la lettera che è stata scritta per lui, e comincia a leggere. Questo è quello che io cerco almeno nei libri quando li apro, il pezzetto che è stato scritto per me. Uno scarto, un brusco scarto di intelligenza e sensibilità che mi spiega qualcosa di me. Cosa che suppongo possedevo già sotto la pelle, ma che non sapevo dire, che non riuscivo a mettere a fuoco.

Quindi i libri sono questo per me. Lettere spedite a un fermo posta con la possibilità di avere fortuna, di incontrare una persona che legge con ricevuta di ritorno. Qualcuno mi dica: «Sì, ho letto quella pagina», oppure «mi è rimasto impresso quel racconto o quella frase». Alla fine è rimasto solamente un brandello dell’insieme, ma quel brandello conta. Non conta il resto, che è andato inghiottito, ma quel brandello che rende amici lo spedizioniere cieco e il lettore.

Erri De Luca, da “Come scrivere”, Guida per aspiranti scrittori, Dalai Editore

 

Marguerite Duras: la solitudine della scrittura

Esiste un rapporto sotterraneo tra lo scrittore e il libro ancora da scrivere: il ‘non nato’ che urge sotto la nostra pelle, e riempie di vita ulteriore la nostra vita. In questo brano Marguerite Duras ci parla di questo particolare legame, e di come respiri dentro la nostra solitudine.

«La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.

Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.

Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.

Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.

Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.

«Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo».

Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.

Non so che cos’è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti».

Marguerite Duras, “Scrivere”, Feltrinelli, 1994.

Fëdor Dostoevskij: emozionare con le descrizioni

William Cane, studioso e drammaturgo americano, ci illustra nel suo saggio “Write Like the Maters” (edito in Italia da Dino Audino Editore) come sia possibile imparare dai grandi della letteratura a caratterizzare i personaggi, a costruire trame interessanti e, come in questo brano, emozionare i lettori con le sole descrizioni.

«Il romanzo del diciannovesimo secolo è stato il crogiolo del realismo, e scrittori come Balzac, Dickens, Zola e Tolstoj hanno accumulato dettagli e creato mondi che erano familiari per i lettori dell’epoca. Come sostiene Tom Wolfe, il realismo è stata la sola e più importante scoperta in grado di mettere il romanzo sulla strada giusta, quella che gli può assicurare un successo duraturo. Dostoevskij è parte di questa grande tradizione, ma come tutti i romanzieri ottocenteschi ha prodotto descrizioni molto più prolisse di quanto non usino gli scrittori contemporanei. Alla metà del terzo capitolo della sesta parte di “Delitto e castigo”, ad esempio, l’autore ci dice che “Raskòl’nikov posò il gomito sinistro sul tavolino, con le dita della mano puntellò il mento e piantò gli occhi addosso a Svidrigjlov”. Poi Dostoevskij delizia il lettore con un paragrafo di 116 parole che descrivono il proprietario terriero, Svidrigjlov, prima che la scena riprenda con il resto della conversazione.

Oggi tante parole sarebbero forse eccessive, ma le descrizioni possono essere accorciate per accordarsi meglio al gusto contemporaneo. Per esempio, è facile impiegare piccoli dettagli come questi per incuriosire il lettore: “Era un viso strano, simile quasi ad una maschera”; e più avanti: “C’era qualcosa di molto antipatico in quel bel viso, tenuto conto degli anni, oltremodo giovanile”. Queste descrizioni nascondono significati reconditi e connotazioni emozionali: il viso era strano, sembrava una maschera; c’era in esso qualcosa di spiacevole.

Le presenza di emozioni nei passi descrittivi è una delle ragioni della potenza e dell’efficacia dei ritratti di Dostoevskij. E, inoltre, egli riesce ad aggiungere spessore al personaggio attraverso la descrizione del suo aspetto fisico. La descrizione di Alesa ne “I Fratelli Karamazov”, ad esempio, mette in risalto la bontà e la nobiltà interiore del giovane:

Alesa era allora un aitante giovanotto di diciannove anni che sprizzava salute da tutti i pori, con le guance rosse e gli occhi limpidi. Anzi, a quel tempo era proprio bello: abbastanza alto di statura, slanciato, aveva capelli castani, un volto dall’ovale regolare, sebbene un po’ allungato, grandi occhi griogioscuri spalancati e splendenti, un’espressione pensosa e serena.

Dostoevskij va avanti per un po’, continuando nella descrizione fisica e commentandola, girandoci intorno in un modo che potrebbe sembrare fuori luogo per un romanzo contemporaneo. Ma gli aspetti salienti di questa descrizione possono essere sfruttati ugualmente, basterebbe sottolineare i lati positivi di un personaggio per il quale si vuole suscitare simpatia nei lettori, e viceversa.

Dostoevskij usa le descrizioni in maniera brillante: quando sono dotate di carica emotiva le amplia, per ottenere il massimo dalle scene. Potete fare vostre le diverse tecniche di Dostoevskij imitando il suo modo di introdurre emozioni e significati simbolici nelle descrizioni fisiche. Nel caso in cui abbiate una scena memorabile o violenta, per ottenere un maggiore effetto fate sì che si ripeta nella mente dei personaggi e sfruttate al massimo la descrizione prolungando la loro permanenza nei luoghi che sono stati scenario dei fatti. Il passo descrittivo acquisterà un peso maggiore e resterà impresso nei lettori».

Virginia Woolf: diario di una scrittrice

Nel 1941, dopo aver donato alla letteratura del Novecento alcune delle sue opere più memorabili, da “La signora Dalloway” a “Gita al faro” a “Le onde”, Virginia Woolf si toglie tragicamente la vita. Nel 1953, Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione tratta dai diari della moglie, incentrata sulla sua attività di romanziera e critico letterario. Ne esce un libro affascinante, in cui si intrecciano ricordi, aneddoti, riflessioni sulla scrittura, ma anche amare considerazioni su un mondo lacerato dalla guerra, espressioni di sfiducia o di entusiasmo per il proprio lavoro, sfoghi, confessioni; a metà strada tra vita e letteratura, queste pagine ci offrono il ritratto più diretto e suggestivo di una grandissima scrittrice e della sua epoca.

Virginia Woolf (1882 – 1941) è stata una tra le maggiori figure letterarie del ventesimo secolo. Tra le sue opere principali, i romanzi “La signora Dalloway” (1925), “Gita la faro” (1927), “Orlando” (1928), e “Le onde” (1931), e i saggi delle due serie del “Lettore comune” (1925 e 1932).

Leggiamone un estratto dove la scrittrice inglese ci parla del rapporto tra letteratura e scrittura autobiografica:

«Ma quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, solo per il mio occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le cilecche e le papere. A questa velocità devo sparare al mio argomento i colpi più diretti e fulminei, e così devo mettere mano alle parole, e sceglierle e lanciarle, senza maggior indugio di quanto me ne occorre a tuffare la penna nel calamaio.

[…]

Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto: tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da trasmettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte. Il requisito principale (ho pensato rileggendo i miei vecchi diari) non è fare la parte del censore, ma scrivere come detta l’umore, e di qualunque cosa; perché mi ha incuriosita la mia passione per le cose buttate alla rinfusa, e ho scoperto il significato proprio là dove allora non lo vedevo. Ma la scioltezza si muta facilmente in sciattezza. Occorre un piccolo sforzo per affrontare un personaggio o un episodio che deve essere annotato. Né si può consentire alla penna di scrivere senza guida; si rischia di diventare pigri e trasandati.

Virginia Woolf, “Diario di una scrittrice”

BEAT (Biblioteca Editori Associati di Tascabili), 2011.

“A Writer’s Diary” by Leonard Woolf (The Hogarth Press).

Isbn Edizioni: l’opera completa di Luciano Bianciardi

L’antimeridiano Bianciardi, la consacrazione di uno degli scrittori e giornalisti italiani più influenti degli anni sessanta, torna oggi in libreria in un unico cofanetto supereconomico. Luciano Bianciardi è stato un satirista d’eccezione, un critico della nascente industria culturale ed esistenzialista non ortodosso dalla vita tormentata. La sua opera è una potente riflessione senza padri né padroni, cinica senza compiacimento. Questa raccolta completa contiene tutti i romanzi, dalla Vita agra al Lavoro culturale, i saggi, i racconti, i diari universitari e di guerra e gli scritti giornalistici (quelli del Giorno, dell’Avanti, del Guerin Sportivo, dell’Unità), che costituiscono uno spaccato della cultura popolare all’alba della post-modernità.
Isbn ripropone i volumi insieme a Bianciardi!, il documentario di Massimo Coppola: un viaggio attraverso la reale «vita agra» dell’intellettuale toscano tra la Milano del boom, il lungomare di Rapallo e le macerie della miniera di Ribolla a Grosseto. Il ritratto per immagini e voci di uno scrittore che voleva cambiare il mondo.

Luciano Bianciardi (Grosseto 1922 – Milano 1971) è stato uno degli scrittori e giornalisti italiani più influenti degli anni sessanta. Le sue opere più note sono Il lavoro culturale (1957) e La vita agra (1962).

«È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero dello auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. e quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.
io mi oppongo».

Da “La vita agra”

 Luciano Bianciardi

4000 pag PAGINE | 99 EURO
Data di uscita: 24 novembre 2011