Franz Kafka: lo scrittore come animale

Anche negli anni della giovinezza, Kafka sentì l’ispirazione poetica come un flusso: un mare o un vento fortissimo, che riempiva la sua mente e il suo corpo, e avrebbe potuto portarlo a largo, là dove corrono le grandi creazioni poetiche. Questo vento si levava in lui specialmente la notte, lasciandolo insonne o in guerra con i propri sogni: era una forza liberatrice, ma anche una furia che lo dilaniava; una rivolta che saliva dalle periferie, dagli abissi della sua anima, dalle tenebre inconsce del suo spirito. Qualcosa dentro di lui, non sapeva dove, resisteva a questo flusso: lo “conteneva, lo opprimeva”; non dava via libera all’inconscio, e proprio per questo non poteva guidarlo.

[…] Finalmente, giunse la liberazione. Era una domenica – il 22 settembre 1912, circa un mese dopo aver conosciuto Felice. Aveva passato il pomeriggio in una tediosa occupazione famigliare; i parenti di suo cognato erano venuti per la prima volta a trovarlo: non aveva mai aperto bocca; e avrebbe voluto urlare dalla noia e dalla disperazione. Dopo cena, verso le dieci, si sedette alla scrivania. Aveva l’intenzione di rappresentare una guerra, un giovane doveva vedere dalla finestra una folla avvicinarsi: quando la penna, quasi a sua insaputa, cominciò a scrivere Il verdetto – una storia di padri e figli, di usurpazioni taciute e di condanna, di crudeltà e di sacrificio, dove si rispecchiava per la prima volta il suo complesso edipico. Quel racconto era scritto con tutte le sue energie: con la mente, l’anima e il corpo. Era un vero e proprio parto, “coperto di lordura e di muco”. Le forze del suo inconscio, che fino allora aveva contenuto e represso, erano venute improvvisamente alla luce, spezzando le barriere che le avevano ostacolate.

Scrisse tutta la notte senza interrompersi mai, senza dormire, con le gambe ferme e irrigidite. Scivolava sulla superficie degli eventi e delle cose – nessuna psicologia, nessuna spiegazione apparente – : mentre portava alla luce l’enorme ricchezza di quanto aveva rimosso. Se si fosse fermato un istante, se si fosse spostato o avesse aperto un libro o se si fosse distratto, avrebbe bloccato l’accesso alle verità taciute. Scrivere non era altro che questo flusso inarrestabile: aveva la qualità illimitata, indefinita e ininterrotta dell’acqua, e insieme sembrava una navigazione sopra l’acqua, come se masse successive si sovrapponessero nell’unità dell’oceano. Afferrato alla scrivania come a uno scoglio o a un sepolcro, non poteva alzare la mano dal foglio, perché altrimenti il racconto avrebbe perduto lo slancio, l’impeto, l’andamento naturale e continuo, – la magica fluidità del respiro che aveva tanto desiderato. Comprese che bisogna scrivere tutto d’un fiato: non solo i racconti, ma anche i grandi romanzi, come L’educazione sentimentale, che aveva sognato di leggere in una volta sola ai suoi ascoltatori: «Soltanto così si può scrivere, soltanto in una simile connessione, con una completa apertura del corpo e dell’anima».

Pietro Citati, Kafka, viaggio nella profondità di un’anima, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1987.

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