Herman Melville: la costruzione del personaggio

Melville è stato a volte accusato, nella creazione di personaggi principali, di esagerare con le iperboli. Per chi vuole imparare l’arte della caratterizzazione non c’è miglior esempio di Melville, soprattutto perché le sue pennellate sono così nette che possono essere individuate e studiate più facilmente rispetto alle opere di altri abili maestri.

Il ritratto di Achab è uno dei più famosi di tutta la letteratura ed è uno dei più riusciti dal punto di vista tecnico. Per costruirlo Melville, si è servito di quattro espedienti letterari: il primo è la complessità, cioè ha descritto Achab utilizzando caratteristiche contrastanti. Per esempio, il marinaio viene definito sia buono che cattivo, savio e pazzo, conoscibile e inconoscibile. Il secondo espediente è quello dell’inaffidabilità, perché sentiamo parlare di lui da altri personaggi (inclusi il capitano Peleg e il capitano Bildad, che nutrono entrambi pregiudizi nei suoi confronti). Ne risulta una caratterizzazione nebulosa e incerta. In parole semplici, i lettori, se vogliono conoscere Achab, devono separare i fatti dalla finzione. L’uso di questo espediente rende i lettori parte attiva nella storia, e di solito ne accresce l’interesse. Il terzo è la selezione, intesa come mettere a fuoco solamente alcuni tratti principali, ad esempio puntando sulla follia e la monomania, per cesellare la figura del personaggio. Infine, Melville usa il mistero, stabilendo che ci sono cose di Achab sconosciute o inconoscibili, e portando così i lettori a domandarsi cosa ci sarà ancora da scoprire.

La descrizione di Achab ha inizio tra echi macabri e presagi di follia. Una conversazione con un altro capitano offre a Ishmael alcune informazioni su questa creatura misteriosa. Guardate con quanta potenza Melville adoperi l’espediente della complessità, sebbene nella descrizione faccia uso anche degli anche degli altri tre:

Non so di preciso cosa gli sia capitato [mistero], ma se ne sta chiuso in casa come se fosse malato, anche se così non è. Certo, malato non è; però, no, non sta nemmeno bene. [complessità] […] Secondo alcuni è uno strano tipo, il capitano Achab, ma in ogni caso un brav’uomo. [complessità] […] Achab è un uomo fuori dal comune; Achab è stato all’università in mezzo ai cannibali [complessità] […] Io conosco bene il capitano Achab, ho lavorato con lui come secondo, anni fa [inaffidabilità]; so che tipo è – un brav’uomo – non un pio […] ma un brav’uomo bestemmiatore [complessità] […] Nell’ultimo viaggio di ritorno è uscito un po’ fuori di testa, come stregato [selezione]; ma erano le acute, terribili sofferenze del moncherino aperto che lo riducevano così, come si può ben capire. So anche che, da quando ha perso la gamba nel suo ultimo viaggio per via di quella dannata balena, è scuro nell’animo, disperato anche, e talvolta crudele; [selezione] […] e meglio navigare con un buon capitano triste [complessità] piuttosto che con un cattivo capitano allegro.

William Cane è stato professore di letteratura inglese al Boston College per quindici anni e ha collaborato con numerose riviste e periodici nordamericani.  Ha pubblicato “Write like The Masters” (Scrivere come i grandi) nel 2009 edito in Italia  da Dino Audino.

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