William Faulkner: il compito di uno scrittore

Il testo qui riprodotto è tratto dal manoscritto originale di Faulkner della versione pubblicata sulla “New York Herald Tribune Book Review” del 14 gennaio 1951.

Sento che il vero destinatario di questo premio non sono io come uomo, ma la mia opera – l’opera di una vita nell’agonia e nel sudore dello spirito umano, non per la gloria e tantomeno per il profitto, ma per creare dai materiali dello spirito umano qualcosa che prima non esisteva. Perciò di questo premio sono il semplice custode. Non sarà difficile trovare alla sua parte monetaria una destinazione degna del proposito e del significato della sua origine. Ma vorrei fare lo stesso con il plauso, e sfruttare questo momento come vetta dalla quale potermi rivolgere ai giovani uomini e donne che già si sacrificano alla stessa angoscia e travaglio, fra i quali già c’è quello che un giorno occuperà il posto che io occupo ora.

La nostra tragedia oggi è un timore concreto generale e universale così prolungato che stentiamo a sopportarlo. Non esistono più i problemi dello spirito. Esiste solo la domanda: Quando mi faranno saltare per aria? Per questo motivo il giovane uomo, o donna che scrive oggi dimentica i problemi del cuore umano in conflitto con se stesso, i soli che possano fare la buona scrittura perché essi soltanto sono degni di essere raccontati, degni dell’agonia e del sudore.

Chi scrive deve impararli da capo. Deve imparare da sé che la più vile di tutte le cose è avere paura; e, imparandolo da sé, dimenticarlo per sempre, senza lasciare spazio alcuno nel suo laboratorio a nulla che non siano le vecchie verità e certezze del cuore, le vecchie verità universali priva delle quali ogni storia è effimera e destinata a fallire: onore e amore e pietà e compassione e sacrificio. Finché non lo farà, una maledizione peserà sul suo lavoro. Non scriverà d’amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde nulla di valore, di vittorie prive di speranza e, ancor peggio, di pietà e compassione. Le sue pene non graveranno su ossa universali, non lasceranno cicatrici. Non scriverà del cuore ma delle ghiandole.

Finché non imparerà di nuovo tutto questo, scriverà come se testimoniasse la fine dell’uomo e vi partecipasse. Io mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo. È fin troppo facile dire che l’uomo è immortale soltanto perché resiste: che quando l’ultimo din don del destino avrà scampanellato e si sarà smorzato dall’ultima indegna pietra sospesa e immobile nell’ultima sera rossa e morente, si udirà un suono ancora:  quello della sua gracile e inestinguibile voce, che ancora parla. Io rigetto tutto questo. Credo che l’uomo non si accontenterà di resistere: egli prevarrà. Egli è immortale, non perché è il solo fra le creature a possedere una voce inestinguibile, ma perché possiede un’anima, uno spirito capace di compassione e sacrificio e sopportazione. Il dovere del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose. È suo privilegio di aiutare l’uomo a resistere, facendone più leggero il cuore, ricordandogli il coraggio e l’onore e la speranza e l’orgoglio e la compassione e la pietà e il sacrificio che hanno dato gloria al suo passato.  La voce del poeta non deve accontentarsi  di testimoniare l’uomo, può essere uno dei puntelli, delle colonne che lo aiuteranno a resistere e prevalere.

Stoccolma, 10 dicembre 1950

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