Bianca Pitzorno: come costruisco le storie

Bianca Pitzorno (Sassari, 1943), una delle più importanti scrittrici italiane, autrice dei più grandi capolavori della lettura per ragazzi degli ultimi trent’anni, si confessa in questo breve testo e ci fa entrare nel suo fantastico laboratorio di scrittura.

«Una delle domande più frequenti che mi fanno a lettera o a voce i miei piccoli lettori è: “Dove le vai a prendere le idee dei tuoi libri?”. E io regolarmente rispondo: “In tram”. Ed è vero. Il tram vale per qualsiasi luogo affollato dove ho agio di osservare la gente ed ascoltare i discorsi. Le mie storie nascono sempre da uno spunto reale, combinato con nuovi elementi, anch’essi reali, o surreali; da un’ipotesi: cosa succederebbe se a quella tal persona capitasse di ereditare un transatlantico? Cosa ne farebbe?

Oppure qualche lettrice mi scrive: “Mi dicono che da grande potrò fare la scrittrice, che ho molta fantasia, perché sto sempre con la testa tra le nuvole. Ed io la sgrido, e le dico che invece deve tenere i piedi ben saldi a terra e gli occhi e le orecchie bene aperti sulla realtà. La vita delle gente ‘normale’ è di solito ricchissima di spunti. Non c’è bisogno di sognare principi e cavalli alati. Ma se alla tua sedietta, quella bassa che usi in cucina per aiutare tua madre a sbucciare i piselli, un giorno spuntasse una fogliolina verde?

Il mio tema ricorrente è quello dello straordinario che fa irruzione nella vita quotidiana, descritta nei suoi minimi particolari. Dei personaggi non mi piace raccontare soltanto le imprese eroiche, che anzi ricevono spicco proprio dal fatto di essere compiute da gente come noi (come il giovane lettore), che mangia, si veste, si gratta se ha un prurito, si taglia le unghie dei piedi, va al gabinetto…Sì, anche i principi e le principesse, se proprio li vogliamo tirare in ballo, si soffiano il naso, mangiano di nascosto il cioccolato…

Di solito prima di cominciare il libro ho in mente ben definito il protagonista, e un po’ più vagamente la storia. Non prendo appunti. Se un’idea mi piace, la ricordo benissimo con tutti i dettagli. Se il romanzo è di quelli più corti, sulle ottanta pagine, destinato ai lettori più piccoli, comincio subito a presentare il personaggio nel suo ambiente, nei suoi rapporti con chi gli vive vicino; lo metto “in situazione”. E fin qui di solito resto fedele al progetto originario. Ma poi, una volta che il personaggio ha preso vita, comincia a guidare lui la danza. Ci sono cose che io in origine avrei voluto fargli fare, e che lui assolutamente non vuole, non può fare, a rischio di perdere coerenze psicologica e credibilità. Succede anche che personaggi minori, nati solo per giustificare una battuta, una gag comica, si prendano più spazio, diventino importanti, influiscano addirittura sul finale. Mi piace dare ai miei personaggi, quelli principali e quelli minori, nomi fuori dal comune. Sto ore e ore a compulsare calendari ed elenchi del telefono, perché reputo il nome importantissimo.

Nel caso di romanzi più lunghi, quelli per ragazzi, di trecento o più pagine, di solito prima di cominciare scrivo un breve “riassunto” (non più di una cartella) della storia che ho già completa in mente. Poi, in un altro foglio, disegno il volto della o delle protagoniste. In alcuni casi fortunati ho trovato su qualche giornale foto di bambine o ragazzine che da sole mi suggerivano una storia (gli occhi soprattutto, lo sguardo). Allora ritaglio le foto, la metto insieme al riassunto e la tengo sottocchio durante tutto il periodo di scrittura, la “interrogo” se l’intreccio arriva a un punto morto…

[La trama] quasi sempre cambia rispetto al riassunto iniziale. Ogni storia poi ha una sua struttura intrinseca, che non nasce da una mia decisione stilistica a priori, ma da una specie di necessità interna. Ci sono storie ‘rotonde’, come “Polissena del porcello”, in cui la vicenda segue un corso e un ritmo che sembrano di fuga, d’allontanamento, e invece sono un ritorno al punto di partenza seguendo il bordo di una pista da circo. Ci sono storie compatte come un sasso, come un uovo, storie ‘fetali’, raggomitolate in se stesse, che non consentono digressioni, come “Principessa Laurentina”, e storie a cavolfiore, con un nucleo, come “Diana Cupido e il Commendatore”. Una volta terminato, io posso intervenire con tagli, piccole aggiunte, spostamenti di capitoli. Ma la struttura di base si è formata da sola. Non perché io pensi che c’è un daimon che mi detta ciò che scrivo. Ma perché la scelta d’un tema, di un ambiente, di un punto di vista da cui guardare ciò che si racconta, portano come conseguenza inevitabile anche la sua struttura, il ritmo, la lunghezza».

Da “Come si scrive un romanzo”, a cura di Maria Teresa Serafini, Bompiani Editore, Milano, 1996.

Dall’unità didattica: Scrivere un romanzo (Corsi di scrittura creativa on line)

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