Scrivere per la televisione: “Lost” (Prima parte)

“Lost” è stata una serie molto popolare in tutto il mondo; ha rappresentato, per molti versi, un modello innovativo di narrazione e scrittura per la televisione. Una serie di lunga durata nella quale molti archetipi narrativi sono stati sviluppati in modo interessante e riproposti in chiave post-moderna: analisi del personaggio, rapporto eroe/antagonista, utilizzo dei flashback, funzione simbolica del mito.

In questo primo articolo dedicato alla serie televisiva “Lost” scopriremo, attraverso le parole di Damon Lindelof, uno degli autori della serie, come è nata l’idea e in che modo è stata sviluppata.

«Lost è un’idea che è cominciata con un tipo di nome Lloyd Braun che a quel tempo era capo della ABC. Voleva fare una serie sulla storia di un aereo che si schianta su un’isola, e quando ho sentito l’idea e quando J.J.Abrams ha sentito l’idea, indipendentemente l’uno dall’altro, entrambi abbiamo percepito lo stesso problema, che era: questa non può essere una serie televisiva.

Come si poteva dilatare l’idea, renderla interessante? E la prima risposta alla quale giungemmo fu: il personaggio. E la seconda risposta alla quale giungemmo fu: storia. Così, quando ci incontrammo per la prima volta, entrambi eravamo arrivati alla stessa conclusione, e la primissima cosa che ci dicemmo fu: la serie avrebbe dovuto raccontare i personaggi. E ce ne sarebbero dovuti essere molti.  Ci sarebbero dovute essere molte persone sopravvissute al disastro aereo, perché questo ci avrebbe permesso di avere molte storie da raccontare. Non solo storie sull’isola, ma anche prima del disastro. E l’idea dei flashback salto fuori molto, molto, molto presto in quelle conversazioni.

John Locke (la serie è ricca di simboli e nomi filosofici)

Sostanzialmente volevamo che la serie parlasse di trasformazione e metamorfosi, qualcosa che non succede spesso in televisione. Succede nei film, dove c’è l’arco narrativo del personaggio. Incontriamo qualcuno nel primo atto, questo qualcuno ha un problema, ha paura di qualcosa e deve superare un ostacolo, o qualcuno sta provando ad ucciderlo…e alla fine del terzo atto ha risolto il suo problema.

Per questo motivo l’isola doveva diventare una metafora per l’abbandono di tutto quello che erano prima, nel mondo reale. L’isola li metterà alla prova. E quella conversazione generò l’aspetto saliente della serie: okay, come farà l’isola a metterli alla prova? Diciamo che c’è un personaggio che è un dottore, ed è un dottore straordinario, è il migliore, è un chirurgo incredibilmente scrupoloso, ma la sua debolezza è che suo padre gli ha detto che non ha le capacità di un leader, che non deve prendersi responsabilità  perché non ha gli attributi per essere un leader. Ma sull’isola questo è il personaggio che tutti vogliono che faccia il leader.

L’isola inoltre deve essere strana, bizzarra e mistica. E questo è stato il secondo punto relativo alla storia: l’isola doveva essere in grado di colpire i personaggi con “colpi ad effetto”. Ci sarebbero dovute essere cose sull’isola di natura inspiegata per permetterle di sfidare le persone sul loro passato, perché alla fine ogni episodio sarebbe stato su una, solo una persona di fronte a una sfida che l’isola gli presentava.

Jack Shepard, l'eroe 'riluttante' della serie

Punto numero tre: tutti i personaggi  che avremmo presentato avrebbero dovuto avere dei segreti. Avrebbero dovuto essere persone restie a parlare di loro stessi; di conseguenza, i flashback sarebbero stati molto interessanti per gli spettatori. Gli spettatori avrebbero imparato qualcosa che nessun altro sull’isola avrebbe saputo e quindi noi dovevamo trovare cose di cui la gente non vuole parlare. In generale la gente non parla di ciò che sente come profondamente importante. In televisione c’era questa idea falsa che dopo il disastro aereo tutti si sarebbero seduti intorno al fuoco e Jack avrebbe detto: “mio padre è morto a Sidney”, ma ciò non avverrebbe nella vita reale.  È per questo che delle serie come “I Soprano” sono realistiche, perché il protagonista si confida solo con la sua psicologa.  Le racconta cose che non racconta alla moglie e ai figli, ma noi le sentiamo. Così percepiamo di avere accesso ad informazioni che non vengono fornite a nessun altro. Ci sentiamo come aventi diritto, e in questo modo si porta il pubblico all’interno della famiglia, ma in realtà gli si forniscono sono degli sprazzi».

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