Truman Capote: l’arte della narrazione

Uno dei maestri della narrativa americana del Novecento ci svela, in questa intervista datata 1957, di cui pubblichiamo uno stralcio, alcuni segreti del suo mestiere di scrittore, i suoi tic e le sue preferenze letterarie.

Come si fa ad arrivare alla perfetta tecnica del racconto?

Poiché ogni racconto presenta i propri problemi tecnici, ovviamente non si possono generalizzare le regole fornendo un’equazione del tipo due per due uguale quattro. Trovare la forma giusta per un racconto vuol dire semplicemente scoprire il modo più naturale per scriverlo.  La prova per capire se uno scrittore ha sublimato la forma naturale del suo racconto è questa: dopo averlo letto, bisogna capire se lo si può immaginare diversamente, o se l’immaginazione ne esce ammutolita e sembra definitivo e completo. Proprio come è completa un’arancia che la natura ha fatto proprio nel modo giusto.

Ci sono trucchi che si possono usare per migliorare la propria tecnica?

Lavorare è l’unico trucco che conosco. La scrittura ha leggi di prospettiva, di luci e di ombre, proprio come la pittura o la musica. Se si conoscono dalla nascita, bene. Altrimenti bisogna impararle. Poi si possono anche sistemare a seconda dei propri gusti. Perfino Joyce, il nostro discolo più estremo, era un grande artigiano; ha potuto scrivere l’Ulisse perché era stato capace di scrivere Gente di Dublino. Troppi scrittori sembrano considerare lo scrivere racconti come un esercizio per sgranchirsi le dita. In questi casi stanno usando sicuramente solo le dita.

Uno scrittore può imparare lo stile?

No, non penso che si possa arrivare consciamente allo stile, almeno nella stessa misura in cui possiamo decidere il colore dei nostri occhi. Dopo tutto lo stile è la persona stessa. Alla fine la personalità dello scrittore ha moltissimo a che fare con il suo lavoro. La personalità deve essere umanamente presente. “Personalità” è una parola ormai svalutata, lo so, ma rende bene quello che voglio dire. L’umanità individuale dello scrittore, le sue parole e i suoi gesti nel mondo, devono sembrare un personaggio che cercano un contatto con il lettore. Se la personalità è vaga o confusa o solamente letteraria, ca ne va pas. Faulkner e Mccullers proiettano istantaneamente le loro personalità.

[…]

Io credo che il mio stile abituale sia molto distaccato – l’emotività mi fa perdere il controllo sulla scrittura: devo liberarmi di tutte le emozioni prima di sentirmi abbastanza cinico da analizzarle e proiettarle e, per quanto mi riguarda, è una delle leggi per arrivare alla vera tecnica. Se la mia fiction sembra più personale è perché dipende dalla parte più personale e rivelatrice dell’artista: la sua immaginazione.

Come a liberarsi da tutte le sue emozioni? Si tratta solo di pensare alla storia abbastanza a lungo o implica anche altre considerazioni?

Mi sembra di aver letto che Dickens, quando scriveva, si strozzava dalle risate per il suo stesso umorismo e riempiva il foglio di lacrime quando moriva uno dei suoi personaggi. La mia teoria è che uno scrittore dovrebbe asciugarsi le lacrime e esaurire le sue risate prima, molto prima di cercare di evocare le stesse emozioni nel suo lettore. In altre parole, credo che l’intensità maggiore nell’arte in tutte le sue forme si ottenga usando la testa in modo deliberato, duro e freddo. Un esempio è Cuore semplice di Flaubert. È una storia coinvolgente, scritta in modo coinvolgente; ma può essere solo l’opera di un artista pienamente consapevole della vera tecnica, cioè delle necessità. Sono convinto che a un certo punto Flaubert si sia sentito molto coinvolto dalla sua storia – ma non mentre la scriveva.

Pensa che il solo stile possa fare di uno scrittore un grande scrittore?

No, non lo penso –  anche se ci si potrebbe chiedere che cosa succederebbe a Proust se lo si separasse dal suo stile. Lo stile non è mai stato un punto forte degli scrittori americani. Anche se alcuni dei migliori sono stati americani. Hawthorne. Negli ultimi trent’anni Hemingway ha influenzato, dal punto di vista dello stile, più scrittori di chiunque altro su scala mondiale.

Ha delle abitudini quando scrive? Ha una scrivania? Usa la macchina da scrivere?

Sono un autore totalmente orizzontale. Non riesco a pensare se non sono sdraiato, sul letto o sul divano, con una sigaretta e il caffè a portata di mano. Devo fumare e sorseggiare. A mano a mano che passa il pomeriggio passo dal caffè al tè alla menta allo sherry al martini. No, non uso la macchina da scrivere. Non all’inizio. Scrivo la mia prima versione a matita. Poi faccio una revisione completa, anch’essa a mano. Essenzialmente mi considero uno stilista e gli stilisti possono notoriamente diventare ossessionati con la posizione di una virgola e con il peso di un punto e virgola. Ossessioni di questo tipo, e il tempo che passo a risolverle, mi irritano oltre la sopportazione.

Da un’intervista a “The Paris Review”, numero 16, 1957.

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