Jack London: confessioni di uno scrittore

Le riflessioni del grande scrittore americano, autore di “Martin Eden” e “Il richiamo della foresta”, sulla ricerca di una originalità espressiva e sul modo di ottenerla.

 «Come si fa a diventare originali? Come si riesce a far sì che il mondo dei lettori ricerchi con avidità i nostri lavori? Come si costringono gli edi­tori a bramarli? Non può certo aspettarsi di divenire ori­ginale seguendo la pista aperta da qualcun altro, riflet­tendo le emanazioni dell’originalità di qualcun altro. Nessuno ha aperto la strada a Scott o Dickens, a Poe o Longfellow, a George Eliot o a Mary Ward, a Stevenson e Kipling, ad Anthony Hope, a Stephen Crane e a molti altri di questo elenco che si allunga di continuo. Eppure editori e pubblico hanno richiesto a gran voce la loro mer­canzia. Loro sì, hanno conquistato l’originalità. E come? Riuscendo a non essere sciocche banderuole che cam­biano direzione allo spirare di qualsiasi brezza. Nella grande gara, sono partiti alla pari con gli innumerevoli altri che hanno fallito; il loro patrimonio comune è stato il mondo con le sue tradizioni.

 In una cosa sola si diffe­renziavano da coloro che hanno fallito: attingevano direttamente alla fonte, rifiutando il materiale filtrato da altre mani. Non sapevano che farsene delle conclusioni e delle idee altrui. Dovevano apporre ai loro lavori l’im­pronta della loro individualità: un marchio molto più im­portante del diritto d’autore. E così, dal mondo e dalle sue tradizioni – che è un altro modo per dire dalla cono­scenza e dalla cultura – hanno tratto in prima persona de­terminati materiali di cui si sono serviti per costruirsi una filosofia di vita individuale.

 Tuttavia questa espressione, “una filosofia di vita”, non consente una definizione precisa. In primo luogo non indica una filosofia che tratti di qualsiasi cosa. Non si in­teressa in particolare di questioni come il travaglio passa­to e futuro dell’anima, la disparità di giudizio morale ri­spetto ai due sessi, l’indipendenza economica delle don­ne, la possibilità che i caratteri acquisiti siano ereditari, lo spiritualismo, la reincarnazione, la temperanza, eccete­ra. Però si interessa di tutto questo, in un certo senso, e di tutti gli altri binari e intoppi che finiscono per trovarsi da­vanti l’uomo o la donna che vivono davvero. In breve, è una normale filosofia operativa di vita.

 Ogni scrittore che abbia avuto un successo duraturo possedeva questa filosofia. Un punto di vista che era pro­prio a lui solo. Un metro di paragone con il quale misura­va tutto ciò che attirava la sua attenzione. Con questa filo­sofia metteva a fuoco i personaggi che delineava, i pen­sieri che esprimeva. Grazie ad essa le sue opere erano equilibrate, normali e originali. Erano qualcosa di nuovo, qualcosa che il mondo desiderava sentire. Erano una cosa sua, e non un barbugliare confuso di roba che il mondo aveva già sentito.

Ma attenzione. Possedere una filosofia del genere non vuol dire cedere a un impulso didattico. Il fatto che uno abbia dei punti di vista ben definiti su un argomento qualsiasi non è una buona ragione per aggredire il suo udito­rio con un romanzo che ha uno scopo preciso, e se è per questo non è neanche una buona ragione per non farlo. Ma si potrà notare, comunque, che questa filosofia dello scrittore si manifesta di rado come desiderio di influenzare il mondo per attirarlo verso questa o quella fazione ri­spetto a un qualsiasi problema. Pochi grandi scrittori sono stati dichiaratamente didattici, mentre altri, come Robert Louis Stevenson, in maniera audace e cauta al tempo stes­so, si sono dedicati quasi totalmente al loro lavoro, e lo hanno fatto senza dare nemmeno una volta l’idea che avessero qualcosa da insegnare.

E bisogna comprendere che una tale filosofia operati­va dà allo scrittore la possibilità di mettere nel proprio la­voro, oltre che se stesso, anche quello che non è se stesso ma che è stato lui a esaminare e a soppesare. Questo è vero soprattutto per quel triumvirato di giganti dell’intelletto che sono Shakespeare, Goethe e Balzac. Ognuno di loro era se stesso, tanto è vero che non esiste alcun punto di paragone. Ognuno di loro ha tratto la propria filosofia operativa da una scorta personale di idee ed esperienze. E basandosi su questo criterio individuale hanno portato a  compimento la loro opera. Alla nascita dovevano asso­migliare molto agli altri neonati; ma poi in qualche modo hanno acquisito dal mondo e dalle sue tradizioni qualco­sa che i loro simili non hanno acquisito. E si trattava né più né meno che di qualcosa da dire.

 E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire? Se ce l’hai, nulla potrà impedirti di dirlo. Se sei in grado di pensare cose che al mondo piacerebbe sentire, la forma stessa del pen­siero già ne è l’espressione. Se pensi con chiarezza, scri­verai con chiarezza; se i tuoi pensieri sono meritevoli, al­trettanto meritevole sarà la tua scrittura. Ma se il tuo modo di esprimerti è scadente, è perché i tuoi pensieri sono sca­denti; se è limitato, è perché tu sei limitato. Se hai le idee confuse e ingarbugliate, come puoi aspettarti di esprimerle con lucidità? Se le tue conoscenze sono scarse o poco sistematiche, come possono le tue parole essere chiare o logiche? E senza il robusto sostegno di una filo­sofia operativa, come puoi fare ordine nel caos? Come fai a compiere previsioni e valutazioni chiare? Come puoi percepire a livello qualitativo e quantitativo l’importan­za relativa di ogni briciola di conoscenza che possiedi? E senza tutto questo come puoi essere mai te stesso? Come fai ad avere qualcosa di originale da proporre all’orec­chio ormai sazio del mondo?

 L’unico modo per conquistarsi questa filosofia è cer­carla, estraendo dalla conoscenza e dalla cultura del mondo i materiali che vanno a comporla. Che cosa sai del mondo al di sotto della sua superficie ribollente? Che cosa sai delle bolle se non comprendi le forze che opera-no nelle profondità del calderone? Un artista può forse dipingere un Ecce Homo senza avere la minima idea del-la storia e dei miti ebraici, e di tutte le varie caratteristi­che che messe insieme formano l’indole dell’ebreo, le sue convinzioni e i suoi ideali, le sue passioni e i suoi pia­ceri, le sue speranze e paure? Un musicista può forse comporre la “Cavalcata delle Valchirie” e non sapere nul­la della grande epica teutonica? Lo stesso vale per te: devi studiare. Devi arrivare a interpretare il volto della vita con intelligenza. Per comprendere le caratteristiche e le fasi di qualsiasi cambiamento, devi conoscere lo spirito che induce all’azione gli individui e i popoli, che dà vita e impulso alle grandi idee, che fa impiccare un John Brown o crocifiggere un Messia.

 Devi toccare con mano il pul­sare più profondo delle cose. E la somma di tutto questo sarà la tua filosofia operativa, con la quale, in seguito, mi­surerai, soppeserai, valuterai e interpreterai il mondo. Ciò che chiamiamo individualità non è altro che questa impronta personale del punto di vista di ogni singolo in­dividuo.

Che cosa sai di storia, biologia, evoluzione, etica, e delle mille e una branca della conoscenza? “Ma”, obiet­terai, “non vedo come queste cose possano essermi di aiu­to nello scrivere un romanzo sentimentale o una poesia”. Oh, ti aiuteranno eccome. Ampliano il tuo pensiero, pro­lungano le tue prospettive, fanno arretrare i limiti del campo in cui lavori. Ti forniscono la tua filosofia, che non è simile alla filosofia di nessun altro; ti costringono a pen­sare in modo originale.

 “Ma è un compito immane”, protesti tu; “non ne ho il tempo”. Ci sono altri che non si sono lasciati scoraggiare dalla sua immensità. Gli anni della tua vita sono a tua di­sposizione. Certo, non puoi aspettarti di dominare l’intero scibile umano, ma quel po’che riuscirai a dominarne au­menterà l’efficacia della tua scrittura, e nella stessa misura conquisterai l’attenzione dei tuoi simili. Il tempo! Quando dici che non ne hai, vuoi dire che non lo utilizzi con econo­mia. Hai mai imparato a leggere davvero? Quanti raccon­tini e romanzetti insipidi leggi nel corso di un anno, sfor­zandoti di padroneggiare l’arte della narrazione o di eser­citare le tue facoltà critiche? Quante riviste leggi da cima a fondo? Ecco il tempo che ti occorre, il tempo che hai spre­cato con la prodigalità di uno sciocco: il tempo che non po­trà tornare mai più. Impara a discriminare nella scelta del­le tue letture e impara a leggere rapidamente e con accor­tezza. Tu ridi del vecchio ingrigito e tremante che legge il giornale da cima a fondo, pubblicità e tutto. Ma è forse meno patetico lo spettacolo che offri tu cercando di tenere testa alla marea della narrativa di oggi? Non dico, però, che tu debba sottrarti del tutto. Leggi il meglio, e soltanto il meglio. Non finire un racconto solo perché lo hai comin­ciato.

 Ricorda che sei uno scrittore, per prima cosa, per ul­tima cosa e per sempre. Ricorda che quelle sono declama­zioni di altri, e che, se leggi esclusivamente quelle, potre­sti ritrovarti a scimmiottarle; non avrai nient’altro di cui scrivere. Il tempo! Se non sei capace di trovare il tempo, stai sicuro che il mondo non troverà il tempo di ascoltarti».

 

Da “Pronto soccorso per scrittori esordienti”, Minimum Fax

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