Honoré de Balzac: l’arte della descrizione

Una descrizione non è un puro e semplice quadro d’insieme, un sistema di parole che deve racchiudere la percezione di una realtà sensibile posta sotto gli occhi del lettore.

Una descrizione funzionale alla storia che stiamo raccontando deve contenere tutta una serie di elementi ‘drammatici’ che contribuisce a collocare i nostri personaggi nell’ambiente nel quale abbiamo deciso di farli vivere.

La descrizione di un ambiente o di un personaggio deve contenere, in potenza, le componenti del racconto ed esprimere il tema della storia.

Su questo argomento è inevitabile imbattersi nella figura titanica di Honoré de Balzac, maestro e mentore di una generazione intera di scrittori.

Ecco come il critico Erich Auerbach descrive questa particolare qualità dello scrittore francese:

«Balzac ha sentito i luoghi come un’entità organica, anzi demoniaca, e ha cercato di trasmettere questa sensazione al lettore; ogni spazio si tramuta per lui in un’atmosfera morale e sensibile di cui si imbevono il paesaggio, la casa, i mobili, i corpi, il carattere, il comportamento, il sentire, l’agire e la sorte degli uomini, e in cui poi la situazione storica generale a sua volta appare come un’atmosfera totale abbracciante tutti i singoli spazi di vita».


Come dare torto al grande filologo tedesco, leggendo questo brano tratto da “Papà Goriot”, uno dei massimi capolavori della letteratura francese:

«La prima stanza emana un odore che non ha nome nel linguaggio, e che bisognerebbe chiamare odor di pensione: tanfo di rinchiuso, di muffa, di rancido; fa rabbrividire, è umido all’olfatto, penetra attraverso gli indumenti; ha il sentore di un locale in cui si sia mangiato; puzza di gabinetto, di cucina, d’ospizio di vecchi. […] E tuttavia, nonostante questi orrori, se paragonaste la stanza in parola alla contigua sala da pranzo la trovereste elegante e profumata come il salottino di una dama. La sala, interamente foderata di pannelli di legno, un tempo era dipinta di un colore che oggi è divenuto indefinibile e che forma un fondo sul quale il sudiciume ha deposto vari strati, tracciandovi bizzarre figure. […] Questa stanza è in tutto il suo splendore nel momento in cui, verso le sette del mattino, appare la vedova, agghindata nella sua cuffietta di tulle sotto la quale pende una treccia finta, malamente appuntata. Essa cammina strascicando le ciabatte grinzose. Il viso vecchiotto, tondo, in mezzo al quale s’erge un naso a becco di pappagallo, la manine paffute, la persona grassoccia come un topo di chiesa, il seno troppo colmo e ballonzolante, sono in armonia con quella sala che trasuda miseria, dove la speculazione si è rincantucciata, e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida».

Dall’unità didattica: scrivere le ambientazioni (Corsi di Scrittura Creativa).

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