Flannery O’Connor: scrivere come Flaubert

«Non c’è frase di Madame Bovary che, esaminata, non desti meraviglia, ma ce n’è una particolare davanti alla quale mi arresto ammirata. Flaubert ci ha appena mostrato Emma al piano con Charles che la guarda.

Dice: “Batteva sui tasti con disinvoltura, percorrendo senza posa la tastiera da un’estremità all’altra. Così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale, a capo scoperto e in pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta tra le mani”.

Gustave Flaubert in una caricatura di fine Ottocento

Più si guarda una frase come questa e più c’è da imparare. A un estremo siamo con Emma e questo tangibilissimo strumento “con le corde che vibravano”, e all’altro siamo in fondo al paese con questo concretissimo scrivano in pantofole di pezza. Considerando quanto accade a Emma nel resto del romanzo, potremmo pensare non faccia alcuna differenza che lo strumento abbia corde vibranti o lo scrivano sia in pantofole di pezza e abbia un foglio di carta tra le mani, ma Flaubert doveva creare un paese credibile nel quale collocare Emma.

Non va mai dimenticato che cura immediata dello scrittore di narrativa non sono tanto idee grandiose ed emozioni tumultuose, quanto infilare pantofole di pezza agli scrivani».

Flannery O’Connor, “The Nature and Aim of fiction”

Da “Lo stile: elementi di tensione e ritmo” (Il Mestiere di Scrivere: corsi di scrittura creativa)

Honoré de Balzac: l’arte della descrizione

Una descrizione non è un puro e semplice quadro d’insieme, un sistema di parole che deve racchiudere la percezione di una realtà sensibile posta sotto gli occhi del lettore.

Una descrizione funzionale alla storia che stiamo raccontando deve contenere tutta una serie di elementi ‘drammatici’ che contribuisce a collocare i nostri personaggi nell’ambiente nel quale abbiamo deciso di farli vivere.

La descrizione di un ambiente o di un personaggio deve contenere, in potenza, le componenti del racconto ed esprimere il tema della storia.

Su questo argomento è inevitabile imbattersi nella figura titanica di Honoré de Balzac, maestro e mentore di una generazione intera di scrittori.

Ecco come il critico Erich Auerbach descrive questa particolare qualità dello scrittore francese:

«Balzac ha sentito i luoghi come un’entità organica, anzi demoniaca, e ha cercato di trasmettere questa sensazione al lettore; ogni spazio si tramuta per lui in un’atmosfera morale e sensibile di cui si imbevono il paesaggio, la casa, i mobili, i corpi, il carattere, il comportamento, il sentire, l’agire e la sorte degli uomini, e in cui poi la situazione storica generale a sua volta appare come un’atmosfera totale abbracciante tutti i singoli spazi di vita».


Come dare torto al grande filologo tedesco, leggendo questo brano tratto da “Papà Goriot”, uno dei massimi capolavori della letteratura francese:

«La prima stanza emana un odore che non ha nome nel linguaggio, e che bisognerebbe chiamare odor di pensione: tanfo di rinchiuso, di muffa, di rancido; fa rabbrividire, è umido all’olfatto, penetra attraverso gli indumenti; ha il sentore di un locale in cui si sia mangiato; puzza di gabinetto, di cucina, d’ospizio di vecchi. […] E tuttavia, nonostante questi orrori, se paragonaste la stanza in parola alla contigua sala da pranzo la trovereste elegante e profumata come il salottino di una dama. La sala, interamente foderata di pannelli di legno, un tempo era dipinta di un colore che oggi è divenuto indefinibile e che forma un fondo sul quale il sudiciume ha deposto vari strati, tracciandovi bizzarre figure. […] Questa stanza è in tutto il suo splendore nel momento in cui, verso le sette del mattino, appare la vedova, agghindata nella sua cuffietta di tulle sotto la quale pende una treccia finta, malamente appuntata. Essa cammina strascicando le ciabatte grinzose. Il viso vecchiotto, tondo, in mezzo al quale s’erge un naso a becco di pappagallo, la manine paffute, la persona grassoccia come un topo di chiesa, il seno troppo colmo e ballonzolante, sono in armonia con quella sala che trasuda miseria, dove la speculazione si è rincantucciata, e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida».

Dall’unità didattica: scrivere le ambientazioni (Corsi di Scrittura Creativa).

Anton Cechov: io rappresento la vita com’è

«A me pare non tocchi ai narratori risolvere problemi come quelli di Dio, del pessimismo, ecc. Compito del narratore è soltanto descrivere chi, come e in quali circostanze ha parlato o meditato su Dio o sul pessimismo. L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi né di ciò che essi dicono; ma sono testimone spassionato.


Io devo cercare solo di avere talento, cioè di sapere distinguere gli indizi importanti da quelli che non lo sono, mettere a fuoco i personaggi e il loro linguaggio.

Lei mi rimprovera la mia obiettività e la chiama indifferenza al bene e al male, mancanza di ideali, ecc. Lei vorrebbe che, descrivendo dei ladri di cavalli, dicessi ‘Rubare i cavalli è male’. Ma questo è già noto da un pezzo, non c’è bisogno che lo ripeta io, per questo ci sono i giudici, il mio compito è semplicemente di mostrare i ladri come sono.

Io rappresento la vita com’è, punto e basta. Più in là, nessuno mi farà andare, neppure con la frusta.


Che bisogno c’è di scrivere di un tale che sale su un sommergibile  diretto al Polo Nord in cerca di qualche impossibile riconciliazione con il popolo, mentre la sua amata con un urlo lacerante si butta dal campanile? Tutto ciò è solo falsità e nella realtà non succede mai. Bisogna scrivere  semplicemente di come un certo Petr Ivanovic ha sposato Marja Ivanovna. Ecco tutto».

Dall’unità didattica: lo stile dello scrittore (Corsi di scrittura creativa)