Gesualdo Bufalino: come scrivo

«Scrivo a penna (una biro rossa, una nera, due Parker) su risme di carte qualunque, volentieri anche sul verso di vecchie bozze, di dattiloscritti da macero. A un certo punto un bisogno di pulizia mi spinge a copiare a macchina le pagine che abbiano una parvenza di definizione. Presto però intervengono ulteriori aggiunte, cancellazione, rimaneggiamenti a rendere intellegibile il testo.

Un ritratto dello scrittore Gesualdo Bufalino


Copio una seconda volta, quindi rileggo. L’esito infallibilmente mi ripugna, sicché torno a correggere finché la ripugnanza diventi semplice scontentezza. L’operazione si ripete più volte, da scontentezza a soddisfazione. È il momento della bella copia. Sennonché sorge un ultimo o penultimo scrupolo. Illuso d’essere ormai giunto al traguardo, per evitare di perdere tempo, mi limito a riportare questi minimi emendamenti su striscioline di carta che incollo al posto delle parole o frasi da espungere. Ne risultano pagine a pelle di leopardo, sparse di chiazze che la fotocopia raddoppia, donde la necessità finale di ricopiare un’ennesima volta, sperando che sia la definitiva. Non lo è mai: il manoscritto non giunge mai in tipografia esente da cicatrici (la medesima sorte prevedo per lo scritto presente) e tale affronta le ire del compositore.

Giurano che un computer risolverebbe questi incomodi in un baleno, ma io recalcitro per diffidenza, inettitudine, anacronofilia (di tutti, dai cavernicoli in poi, mi considero contemporaneo, meno dei miei veri contemporanei).

Quanto agli orari e alle occasioni, obbedisco a usanze ormai annose: dalle otto alle undici di mattina; non a tavolino, però, bensì su una poltrona della studio, a fianco di una luminosa finestra. Scrivo appoggiando il foglio su una tavoletta di legno, che reggo con la sinistra. Freddoloso come sono, tengo (fin quasi a maggio, almeno) un plaid sulle ginocchia.

Dedico il pomeriggio alla lettura di libri altrui e alla correzione di pagine già scritte. Accanto a queste scansioni regolari, intervengono momenti di estro estemporaneo, legati al caso. M’avviene, poniamo, di fantasticare scene e immagini mentre cammino a piedi verso la piazza del mio paese, e di fermarmi per appuntarle a matita sul margine di un giornale. Altre volte, fra sonno e veglia, mi sorprende un mot-sésame da cui sento si possa sviluppare una partitura. Allora mi sveglio del tutto e lo rimugino per ore. Sono forse le occasioni più produttive, benché turbate da un sotterraneo spavento».

Dall’unità didattica: tempi e luoghi della scrittura (Corsi di Scrittura Creativa)

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