Erri De Luca: io racconto solo storie

“Io racconto solo storie che mi sono capitate o si sono svolte nei miei paraggi, e dunque non ho la fatica dello scrittore che deve inventare: semplicemente d’improvviso mi ricordo, e questo è il tratto comune di tutte le mie storie. Quello che poi le fa diventare ‘tante’ storie è il fatto che sono recidivo e che continuamente questo nodo si scoglie.


Si inizia a scrivere con un proprio ricordo, una propria storia accaduta che improvvisamente torna alla mente. Chi scrive sta di nuovo lì, si trasferisce completamente in quel tempo e con quelle persone intorno.  E allora la nostalgia può trasformarsi in un effetto, ma mentre il tutto sta avvenendo è una specie di festa, anche se si tratta di storie brusche, brutali e che finiscono male. Quando riesci a mettere intorno a te quelle persone di prima è come se dessi alla vita e alle stesse persone, attraverso la scrittura, una seconda possibilità di rincontrarsi: sei una specie di piazza dove i protagonisti di quel momento si incontrano di nuovo.


La mia scrittura nasce sempre da un ricordo, e quindi da una cosa che è accaduta. Ma prima devo aver sempre dimenticato. La mia memoria non è frequentabile, non vi ho accesso diretto come ad un archivio o ad un album di fotografie che posso sfogliare. Sta di là, da un’altra parte. Di tanto in tanto mi concede una reliquia, un rimasuglio di ricordo che io sono contento di prolungare con la scrittura.

I miei testi non so nemmeno se sono racconti, romanzi o novelle: ancora non dire di che roba si tratti. Sono delle storie, sono abbastanza dei fatti miei. Il mio compito di scrittura, dal mio punto di vista, è di scrivere quelle pagine nella maniera migliore che mi è possibile. Quindi avere la responsabilità di qualità nei miei confronti: meglio di così non so fare questa storia. Devo avere tale consapevolezza prima di consegnarla, congedarla, affidarla. E poi il mio compito è quello di tenere compagnia con la mia storia ad un’altra persona, che è lontana e che la sta portando con sé nel suo tempo migliore, o se la porta in treno per difendersi dal suo viaggio quotidiano, oppure se la porta in ospedale, o anche in una cella di prigione, o in viaggio, o in vacanza. Insomma, sta sprecando il suo tempo migliore – quello in cui vuole stare da solo, appartato per farsi raccontare una storia – con me, sta collegando il suo tempo con una storia mia. In qualche occasione ho la possibilità – vedendo le facce delle persone, incontrando, parlando – di sapere chi sono”.

Da un’intervista rilasciata a RaiLibro.it

Mario Vargas Llosa: il mondo senza letteratura

“Un’umanità senza romanzi, non contaminata di letteratura, somiglierebbe molto a una comunità di balbuzienti e di afasici, tormentata da terribili problemi di comunicazione causati da un linguaggio grossolano e rudimentale. Questo vale anche per gli individui, ovviamente.  Una persona che non legge, o legge poco, o legge soltanto spazzatura, può parlare molto ma dirà sempre poche cose, perché per esprimersi dispone di un repertorio di vocaboli ridotto e inadeguato. Non è un limite soltanto verbale; è, allo stesso tempo, un limite intellettuale e dell’orizzonte immaginativo, un’indigenza di pensieri e di conoscenze, perché le idee, i concetti, mediante i quali ci appropriamo della realtà esistente e dei segreti della nostra condizione, non esistono dissociati dalle parole attraverso cui li riconosce e li definisce la coscienza. S’impara a parlare con precisione, con profondità, con rigore e con acutezza, grazie alla buona letteratura, e soltanto grazie a questa.

Lo scrittore Mario Vargas Llosa

Parlare bene, disporre di un linguaggio, ricco e vario, trovare l’espressione esatta per ogni idea o emozione che si voglia comunicare, significa essere preparati meglio per pensare, insegnare, imparare, dialogare e, anche, per fantasticare, sognare sentire ed emozionarsi.

La letteratura non dice nulla agli esseri soddisfatti del loro destino, pienamente appagati dalla vita così come la vivono. La letteratura è alimento per gli animi indocili e propagatrice di disaccordo, un rifugio per chi ha troppo o troppo poco nella vita, nel quale poter non essere infelice, dove non sentirsi incompleto, irrealizzato nelle proprie aspirazioni.

Un'illustrazione di Gustave Doré per il "Don Chisciotte"

Andare a cavalcare insieme allo smorto Ronzinante e al suo scapestrato cavaliere per le terre della Mancia, percorrere i mari alla ricerca della balena bianca con il capitano Achab, prendere l’arsenico con Emma Bovary e trasformarsi in insetto con Gregor Samsa, è un modo astuto che abbiamo inventato per alleggerire noi stessi dalle offese e dalle imposizioni di quella vita ingiusta che ci costringe ad essere sempre gli stessi mentre vorremmo essere molti, quanti ne occorrerebbero per gli soddisfare gli incandescenti desideri da cui siamo posseduti.

Una immagine tratta dal film "Moby Dick" di John Houston

Il migliore contributo della letteratura al progresso umano: ricordarci che il mondo è fatto male, che mentono quelli che sostengono il contrario – ad esempio, i poteri che lo governano – e che potrebbe essere migliore, più vicino ai mondi che la nostra immaginazione e la nostra parola sono capaci di inventare”.

Mario Vargas Llosa, “È pensabile il mondo moderno senza romanzo?”, Einaudi, Torino, 2001.

Natalia Ginzburg: scrivere in tempi di guerra

“Non guariremo mai da questa guerra. È inutile. Non saremo mai più gente serena, gente che pensa e studia e compone la sua vita in pace. Vedete cosa è stato fatto di noi. Non saremo mai più gente tranquilla.

C’è ancora qualcuno che si lagna del fatto che gli scrittori si servano d’un linguaggio amaro e violento, che raccontino cose dure e tristi, che presentino nei suoi termini più desolati la realtà. Noi non possiamo mentire nei libri e non possiamo mentire in nessuna delle cose che facciamo. E forse questo è l’unico bene che ci è venuto dalla guerra. Noi siamo vicini alle cose nella loro sostanza.

Una foto di Paolo Pellegrin

Non c’è pace per il figlio dell’uomo. Le volpi e i lupi hanno le loro tane, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. La nostra generazione è una generazione di uomini. Non è una generazione di volpi e di lupi. Ciascuno di noi avrebbe molta voglia di posare il capo da qualche parte, ciascuno avrebbe voglia di una piccola tana asciutta e calda. Ma non c’è pace per i figli degli uomini. Ciascuno di noi una volta nella sua vita si è illuso di potersi addormentare su qualche cosa, impadronirsi di una certezza qualunque, di una fede qualunque e riposarsi le membra. Ma tutte le certezze di allora ci sono state strappate e la fede non è mai qualcosa dove si possa infine prendere sonno”.

Natalia Ginzburg, “Il figlio dell’uomo”.

Ennio Flaiano: come leggere un libro

“La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio compiuto, ma in certi casi smettere di fumare può evitare gravi conseguenze.

Lo scrittore e sceneggiatore Ennio Flaiano

Si può leggere un libro anche per sospetto e per invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libro che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio di grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro. Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano a essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso.

Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza”.

Ennio Flaiano, “Varie (1960-1970) in Frasario essenziale”, Bompiani.

Marguerite Yourcenar: la gioia della scrittura

“La scrittura è un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l’essenziale non è la scrittura, è la visione. Ho sempre scritto i miei libri col pensiero prima di trascriverli sulla carta, e a volte li ho perfino dimenticati per dieci anni prima di dar loro una forma scritta.

Non mi aspetto mai che la gente legga i miei libri, per la semplice ragione che non ho l’impressione di occuparmi di cose che interessino molto la maggior parte della gente.

In genere i lettori non vedono l’insieme [del libro], vedono la punta saliente, l’angolazione che più li tocca. Colgono sempre, di un libro, l’aspetto che riflette la loro vita.

Ogni scrittore è utile se arricchisce la lucidità del lettore, lo libera da timidezze o pregiudizi, gli fa vedere e sentire ciò che quel lettore non avrebbe visto né sentito senza di lui”.

Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti

Abraham Yehoshua: lo scrittore allo specchio

“Dal momento in cui uno scrive di cose che gli sono successe davvero, entra troppo direttamente nel testo, non lo elabora abbastanza, e corre il rischio di dimenticare che quello che è chiaro per lui, deve esserlo anche per chi legge. Quando le cose sono troppo personali non avviene il transfer attraverso il quale la nostra storia diventa quella in cui il lettore si può identificare. E’ la differenza fra il diario e la letteratura; il diario lo scriviamo per noi stessi, mentre in letteratura la persona che ci sta davanti, il lettore, deve potersi trasformare in noi. Quando però scriviamo di cose troppo personali, è come se non facessimo passare in modo oggettivo il messaggio attraverso il quale chi legge ci potrà capire.”


“Secondo me la domanda principale è “come” qualcosa succederà, e non “che cosa” succederà. Riuscire a trattenere l’attenzione di chi legge sul come e non sul cosa è un problema che deve affrontare qualunque scrittore. E’ nei libri gialli che per lo più ci si chiede soprattutto che cosa succederà, ma dopo che si è finito il libro non ci si pensa più, mentre in altri tipi di romanzo si sa già che cosa avverrà e la domanda essenziale verte sul come. E’ lo stesso nella vita reale; nessuno si preoccupa di che cosa faremo a mezzogiorno, perché sappiamo già che andremo a pranzo. Quello che vogliamo sapere del nostro futuro è come sarà. L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore.”

“Non insegno a scrivere dall’inizio, ma cerco di dare una visione dall’interno del mestiere letterario. Non insegno scrittura creativa, lavoro con studenti di letteratura e faccio soprattutto lavoro di interpretazione, questo e’ il mio ruolo all’università, fare interpretazione. Attraverso l’interpretazione credo che chi vuol fare lo scrittore possa capire molto”.

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio.

Quanto uno scrittore è profondamente sincero sulla natura della sua opera, conoscere la sua esperienza di scrittura, entrare nel laboratorio dove vengono concepite le sue idee può essere molto utile a chiunque desideri apprendere l’arte della narrazione scritta. Questo avviene in maniera molto evidente con lo scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua nel suo libro “Il lettore allo specchio” (Einaudi, Stile Libero).

Gesualdo Bufalino: si scrive per lavarsi il cuore

“Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria. Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri. La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. La realtà è così sfuggente ed effimera… Non esiste l’attimo in sé, ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza”.


Gesualdo Bufalino ha fatto per molta parte della sua vita l’insegnante liceale. Si è rivelato tardivamente, nel 1981, all’età di 61 anni con il romanzo Diceria dell’untore, grazie all’incoraggiamento di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio: l’opera vinse lo stesso anno il prestigioso Premio Campiello.