Elena Loewenthal: scrivere di sé

In questo breve estratto da un’intervista a Elena Loewenthal, si parla di quel particolare rapporto tra scrittura intima e letteratura, del rischio (o opportunità) implicito che esiste tra raccontare di sé e raccontare di sé attraverso gli altri.

Un ritratto della scrittrice Elena Loewenthal

Raccontarsi è un gesto di generosità o di narcisismo?

«L’uno e l’altro. Scrivendo si rimane in bilico fra contemplazione di sé e comunicazione con l’altro. Una strada scivolosa che si riesce a percorrere solo con grande spudoratezza. Io stessa sono stata spudorata a tentare l’operazione di scrivere un saggio usando sempre la prima persona».

Usare la “prima persona” vuol dire affidarsi, consegnarsi a un altro che non conosci: il lettore.

«Accetto il rischio. Scrivendo, io taglio la realtà come mi pare, chi mi legge taglia la storia come piace a lui. È la libertà assoluta, una libertà necessaria. Persino la mia tradizione – che prevede un Dio che ti comanda in ogni tempo e in ogni momento – ti lascia libero di interpretare il testo (anche il testo sacro) come ti pare».

Riuscirebbe a vivere senza scrivere?

«No, io scrivo per bisogno. Ho una vita molto pratica: famiglia, figli, lavoro… una vita qualunque. Ma la realtà è mia soltanto quando la scrivo. Se succede qualcosa che io voglio esista per davvero, allora la scrivo. Non ho mai avuto nessun altro modo di vivere».

Elena Loewenthal
Scrivere di sé
Einaudi, Torino 2007

John Gardner: prepararsi a scrivere

John Gardner (1933 – 1982) è stato uno scrittore e un insegnante di scrittura creativa per tutta la sua vita (tra i suoi allievi il maestro della narrativa americana Raymond Carver). I suoi due libri sull’arte di scrivere narrativa, “Il mestiere dello scrittore” e “Diventare uno scrittore”, sono considerati dei classici.

Lo scrittore americano John Gardner

Pubblichiamo alcuni suoi consigli generali, che sono tutt’ora validi per chiunque voglia accingersi a scrivere o a intraprendere l’attività letteraria:
1) Per fare lo scrittore è necessario un particolare profilo di personalità, particolarmente tollerante le frustrazioni. Il successo giunge, in genere, tardi, e l’aspirante scrittore non deve demoralizzarsi, mentre vede gli altri, magari meno brillanti di lui, salire nella scala sociale;

2) oltre questa imposizione ossessiva, questa ostinazione e capacità di sforzo, lo scrittore deve possedere: sensibilità verbale, precisione dell’occhio e la particolare intelligenza del narratore;

3) Tolstoj, Dostoevskij, Mann, Faulkner appartengono ad una superiore categoria di romanzieri: hanno il dono di rendere le osservazioni e i sentimenti precisi di un’ampia varietà di personaggi, e perfino di penetrare (come nel caso di Tolstoj) nell’anima degli animali;

4) se scrivere comporta potersi isolare in solitudine per creare, è molto importante mantenere anche i contatti con l’esterno e in particolare con altri scrittori o aspiranti scrittori

5) per diventare eccellenti scrittori è meglio acquisire un’istruzione formale, la più ampia possibile, che spazi in discipline diverse, possibilmente anche scientifiche. Cognizioni approfondite di filosofia e psicologia possono, poi, rivelarsi utilissime per il lavoro di scrittura;

6) pur mantenendo una buona dose di diffidenza, è bene affidarsi a un editor che si stima. In genere si tratta di persone intelligenti, che hanno tutto l’interesse a pubblicare buoni libri;

7) non abbattersi oltre misura e perseverare, anche se il proprio lavoro viene respinto; meno che mai se l’editor propone consigli su come modificare alcune parti;

8) per evitarsi complicazioni, è bene rivolgersi a un agente letterario, che si preoccupi degli aspetti contrattuali ed economici della scrittura;

9) cercarsi un lavoro che lasci abbastanza tempo libero per scrivere; meglio ancora accettare di farsi mantenere;
10) quando si scrive narrativa, specialmente se ci si accinge ad un’ardua prova come la stesura di un romanzo, pianificare bene il lavoro, imporsi in qualche modo una scaletta, un’architettura. Altrimenti si rischia di produrre qualcosa di informe.

Italo Calvino: le parole oltre il silenzio

“Nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. E siccome conosco bene questo tipo di spinta, mi sembra di poterla riconoscere anche nei grandi scrittori le cui voci sembrano giungerci dalla cima d’una esperienza assoluta. Quello che essi ci trasmettono è il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è il saper conservare intatta la forza del desiderio.


In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”.

Italo Calvino, “Mondo scritto e mondo non scritto”, 1983

Fernando Pessoa: febbre di scrivere

“La letteratura, che è arte coniugata al pensiero e realizzazione senza macchia della realtà, mi sembra che sia il fine cui dovrebbe tendere ogni sforzo umano, se fosse veramente umano, e non il superfluo della parte animale. Credo che nominare una cosa è conservarle il pieno valore e spogliarla del suo aspetto terrifico.

I campi sono più verdi quando si descrivono che nel loro reale colore verde. I fiori, se saranno descritti con frasi che li definiscono sull’aria dell’immaginazione, avrebbero colori talmente persistenti, da essere introvabili nella vita naturale delle cellule. Muoversi è dire, dirsi è sopravvivere.


Non c’è niente di reale nella vita se non ciò che è descritto bene. I critici della casa dalle ristrette vedute sono soliti sottolineare che la tal poesia, lungamente ritmata, in fondo, non vuol dire altro che il giorno è bello. Ma dire che il giorno è bello è difficile, e il giorno bello, perfino esso, passa. Dobbiamo, quindi, conservare il giorno bello in una memoria fiorita e prolissa, come anche costellare di nuovi fiori o di nuovi astri i campi o i cieli dell’esteriorità vuota e passeggera.

Tutto è ciò che siamo, e tutto sarà, per coloro che ci seguiranno nelle diversità del tempo, a seconda di come noi lo avremo immaginato, ossia, a seconda di come saremo veramente stati, con l’immaginazione inserita nel corpo. Non credo che la storia, nel suo grande panorama sbiadito, sia niente di più di un decorso di interpretazioni, un consenso confuso di testimonianze distratte. Il romanziere è noi tutti, e narriamo quando vediamo, perché  vedere è complesso come tutto.

Ho in questo momento tanti pensieri fondamentali, tante cose veramente metafisiche da dire, che mi stanco repentinamente e decido di non scrivere più, di non pensare più, ma di lasciare che la febbre di dire mi faccia venire il sonno, e faccia festa con gli occhi chiusi, come si fa festa a un gatto, a tutto quanto avrei potuto dire.”

Fernando Pessoa,Il libro dell’inquietudine