Giorgio Manganelli: perché rileggere i libri

Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture; forse, semplicemente una civiltà. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, la Bibbia. Non leggevano altro, ma tanto bastava a farli individui colti, talora artisti, letterati, scrittori.

‘I promessi sposi’, ‘La Divina Commedia’ sono stati libri perenni; come in altre letterature ‘Don Chisciotte’, ‘Guerra e pace’, e naturalmente, ‘L’Iliade’ e ‘L’Odissea’.

Rileggere è un’esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere; leggiamo un libro che non conosciamo, può essere un classico che abbiamo ignorato…in ogni caso leggeremo mossi da curiosità, interesse, magari una punta di disagio per la nostra scoperta ignoranza; saremo un po’ come gli spettatori al cinema, vediamo cosa succede, come va a finire. Se finito il film usciamo e già sappiamo che questa esperienza è finita, vuol dire che non è successo nulla; molti libri, anche importanti, interessanti, entrano nella nostra vita e se ne vanno.

Un quadro del pittore Joseph Lorusso

Esiste una rilettura immediata, quella che è pressoché le regola per una recensione; una rilettura interessante, perché non è distratta da preoccupazioni esteriori; che succederà ora, come va a finire, lo spiega e non lo spiega. Questa rilettura immediata rivela pieghe, implicazioni, allusioni che ad una prima  lettura sfuggono; in verità ad una prima lettura sfugge quasi tutto.

Il rileggere è questa alleanza discorde: insieme ritrovare, riconoscere e scoprire; trovare ciò che la lettura precedente, o anche più letture, non ci aveva rivelato.

La prima lettura può anche essere un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà, di complicità, una attenzione maliziosa e un po’ disonesta, nel senso che non deve esitare a coscientemente fraintendere, o lasciarsi illudere da un gioco astuto, un poco in malafede. Un’altra parola che mi piace: esiste una malafede dei grandi libri che è l’ultima a lasciarsi riconoscere, un gioco dentro un gioco, una allucinazione, addirittura una moneta fuori corso, o falsa, secondo le nostre ubbie monetarie, con cui acquistare una pietra rara e forse inesistente; nel cuore del grande libro sta il nulla più prezioso, irripetibile. Per accedere a questo nucleo fatale, inafferrabile, in bilico squisito fra esistere e non esistere, occorre rileggere, camminare per strade che crediamo di conoscere, aggirarsi per anfratti che ci illudiamo di conoscere a memoria, scrutare ciò che abbiamo guardato, guardare ciò che abbiamo scrutato, essere superficiali dove abbiamo osato essere profondi, cercare nella superficie quella profondità che abbiamo creduto di trovare altrove”.

G. Manganelli, in “Il rumore sottile della prosa”, Adelphi, Milano, 1994.

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Ernest Hemingway: se uno scrittore smette di osservare è finito

“Se uno scrittore smette di osservare è finito. Però non serve che lo faccia consapevolmente, pensando che potrebbe servirgli. Magari all’inizio è diverso, ma col tempo tutto quello che vede finisce nella grande riserva delle cose che ha osservato o che conosce.

Ernest Hemingway a Parigi

Io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia.

Un celebre ritratto dello scrittore americano

‘Il vecchio e il mare’ avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite esiste sempre in ciò che altri hanno fatto egregiamente. Per questo ho cercato di provare con qualcosa di diverso. […]

Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici, in quel caso ho avuto grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che mai nessuno aveva raccontato prima. La mia fortuna era proprio di avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo. E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo. Conoscevo il modo in cui i marlin di accoppiano, per cui ho lasciato perdere. In quello stesso lembo di mare avevo un branco di una cinquantina di balene, e una volta avevo tentato di arpionarne una lunga quasi novanta metri, ma non ce l’avevo fatta. E così anche questa storia l’avevo messa da parte. In pratica ho lasciato fuori tutti i racconti che sapevo sul villaggio dei pescatori. Cioè la parte sommersa dell’iceberg”.

Ernest Hemingway, 1958

Rosetta Loy: scrivere nel silenzio

“Per scrivere ho bisogno di essere sola e avere silenzio attorno. Ho anche bisogno di tempo, non riesco a fare niente se non ho almeno un paio d’ore di cui posso disporre totalmente. La vita dello scrivere è scissa, separata da quella ‘fuori’, e per fuori intendo lontano dalla mia scrivania.

Scrivo e riscrivo molte volte, sono lenta e cerco sempre un ritmo che sia in armonia con quanto voglio dire. A volte può capitare che cambi posto a una parola tre o quattro volte. Spesso la notte mi sveglio pensando alla frase che mi era sfuggita o a una situazione che a un tratto non mi convince più, allora devo alzarmi e scarabocchiare un appunto. Solo così posso ricominciare a dormire.

La scrittrice romana Rosetta Loy

La mia è una scrittura visiva nel senso che ‘vedo’ e scrivo nello stesso tempo, le due cose sono inseparabili, è come se l’astrattezza delle parole dovesse immediatamente concretizzarsi nell’immagine.

Un racconto, un romanzo, hanno inizio quando da quello che ho confusamente accumulato in testa si stacca un particolare, qualcosa che emerge con grande nitidezza, un relitto intatto tra i tanti informi. E da lì parto: mano mano che affiorano altri particolari si aggregano gli uni agli altri come frammenti di un puzzle e comincia a comparire il disegno.

Alcuni pezzi potranno in seguito rivelarsi delle false piste, e quelli devono venire scartati. È il lavoro più difficile e non sempre riesce, è duro separarsi da quanto abbiamo scritto, qualcosa intorno a cui abbiamo a lungo circumnavigato sicuri di trovare un approdo”.

Rosetta Loy è una delle più importanti scrittrici italiane, autrice di racconti e romanzi, legata intensamente a una tradizione letteraria che risale fino all’Ottocento per incarnarsi in uno stile asciutto, essenziale e profondamente moderno.

Jack London: scrivere nella tempesta

Jack London è stato il poeta del movimento e della strada (anticipatore, in tal senso, della beat generation), il narratore vagabondo che ha attraversato il suo tempo senza mai porre limiti alla sua vita e alla sua fantasia. Anche le sue riflessioni sulla scrittura sono irrorati da questo stesso spirito battagliero, consapevole che le parole come la vita sono le uniche testimoni di quello che siamo e di quello che diventeremo.

La scrittura di Jack London attraversa tempo e spazio, si irradia e si alimenta dei suoi viaggi e dei suoi incontri. La sua vitalità, spesso ambigua e inesusaribile, è una lotta continua contro il fantasma della morte, una corsa frenetica e ispirata verso la bellezza e la verità.

“Tenete un quaderno di appunti, tenetelo con voi mentre viaggiate, mangiate, dormite. Sbatteteci dentro ogni pensiero vagabondo che vi svolazza nel cervello”

“La tua filosofia fa in modo che siano i tuoi personaggi a spiegarla con i loro gesti, le loro azioni, i loro discorsi”

La firma di Jack London

«E poi lavorate. Scrivetelo in tutte maiuscole: lavorate. Lavorate in continuazione. Imparate a conoscere questo mondo, questo universo; questa energia e questa materia, e lo spirito che attraversando l’energia e la materia traluce dal magnete alla Divinità. E con tutto questo voglio dire lavoro come filosofia di vita».

Jack London, “Pronto soccorso per scrittori esordienti”

Orhan Pamuk: scrivere gli altri

Questo male che ti senti addosso, non è soltanto il tuo; e della tua stessa gioia hanno gioito anche gli altri.

Questa particolare qualità dello scrittore, la capacità di ‘sentire’ gli altri come si sente se stessi, appartiene alle riflessioni di molti autori, che per scrivere bisogna essere capaci di provare anche le emozioni che non ci appartengono.

Un ritratto dello scrittore turco Orahn Pamuk

“Chi scrive parla di cose che tutti conoscono ma che non sanno ancora di conoscere. Così scrittori e lettori, usando la fantasia, avvertono quanto tutti gli uomini hanno in comune. La grande letteratura non parla delle nostre capacità di giudizio, ma della nostra abilità di metterci nei panni di un altro”.

Orhan Pamuk, La valigia di mio padre

“Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo”.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

Elsa Morante: scrivere per ricordare

“Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare”.
Roma, 23 gennaio 1938, da Diario 1938

Ecco come la scrittrice Elsa Morante, nelle prime pagine del suo capolavoro “Aracoeli”, introduce il tema della storia e il conflitto del protagonista, due elementi basilari nella costruzione di un romanzo. In questo caso il personaggio, un quarantenne omosessuale, non agisce per rimuovere il conflitto, ma lo intensifica andando a ritroso nel suo passato. Tema, conflitto e azione: in pochi paragrafi la Morante ci mostra tutta la sua abilità letteraria.

“A volte – specie in certe solitudini estreme – nei vivi prende a battere una pulsione disperata, che li stimola a cercare i loro morti non solo nel tempo, ma nello spazio. C’è chi li insegue all’indietro nel passato e chi si protende al miraggio di raggiungerli in un futuro ultimo; e c’è chi, non sapendo più dove andare senza di loro, corre i luoghi, su una qualche loro pista possibile.

Un simile richiamo può sopravvenire inaspettato, e accompagnarsi alla medesima smania che assalirebbe un indigente miserabile, il quale – dopo una lunga amnesia – rammentasse di possedere un diamante nascosto. Però lui stesso ormai ne ignora il nascondiglio, ogni segno è scancellato. Né gli serve invocare un qualsiasi indizio valido a recuperarlo; né gli è dato mai più possedere altro bene.

In quest’autunno dubbioso, io da qualche giorno sono tentato a inseguire la mia ragazza Aracoeli in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, fuorché una a cui non credo: il futuro. In realtà, nella direzione del mio futuro, io non vedo altro che un binario storto, lungo il quale il solito me stesso, sempre solo e sempre più vecchio, seguita a portarsi su e giù, come un pendolare ubriaco. Fino a quando sopravviene un urto enorme, ogni traffico cessa. E’ il punto estremo del futuro. Una sorta di mezzogiorno accecante, o di mezzanotte cieca, dove non c’è più nessuno, e nemmeno io”.

Louis-Ferdinand Céline: scrivere nel fuoco

La scrittura di Louis-Ferdinand Céline è una vetta da scalare senza pregiudizi, bisogna immergersi nel suo caos, e nella forma frenetica della sua disperazione. La misura di ogni frase di Céline è come fuoco sparso al posto della punteggiatura, che attraversa parole e immagini, un ritmo vitale da indomabile animale letterario che si segue col fiato in gola.

Un ritratto domestico di Céline

Quello che presento è un breve testo dove lo scrittore francese parla del rapporto tra letteratura e linguaggio parlato, e di come ha potuto addomesticare la prosa alla vivida spontaneità dei dialoghi.

“C’è poi un trucco per far passare il linguaggio parlato nello scritto – un trucco che ho scoperto io solo e nessun altro – è l’impressionismo insomma – far passare il linguaggio parlato in letteratura – non è questione di stenografia – Alle frasi, ai periodi, occorre imprimere una certa deformazione, un artificio tale che quando uno legge il libro gli sembri che gli stia parlando all’orecchio – Si arriva a questo mediante una trasposizione di ciascuna parola che non è mai del tutto quella che ci si aspetta, una sorpresina. E’ quello che accade a un bastone immerso nell’acqua; perché appaia diritto bisogna spezzarlo un pochettino prima di immergerlo, deformarlo preventivamente, se così si può dire. Un bastone regolarmente diritto invece, immerso in acqua, allo sguardo sembra piegato. Lo stesso vale per il linguaggio – il più vivace dei dialoghi, stenografato, risulta sulla pagina piatto, complicato e pesante – Volendo rendere per scritto l’effetto di spontaneità della vita parlata bisogna torcere la lingua in puro ritmo, cadenza, parole, ed è una sorta di poesia che produce un grande sortilegio – l’impressione, il fascino, il dinamismo – e poi occorre scegliere il proprio soggetto – Non tutto si può trasporre – Occorrono dei soggetti “a vivo” – con i tremendi rischi del caso – tutti i segreti le rivelo.”

L. Celìne, Lettere dall’esilio