Sàndor Màrai: scrivere ad occhi chiusi

“Askenasi si sedette sulla roccia squadrata e cominciò ad ascoltare il mare. Un testo straniero, pensò, una lingua monosillabica. Forse non ha nemmeno coniugazioni. Solo ritmo… Come chi improvvisamente comincia a capire qualche parola di una lingua completamente sconosciuta, si chinò in avanti con espressione inquieta e tese l’orecchio verso quel ritmo ostinato. Sta dicendo qualcosa, non c’è dubbio. Ma forse non va ascoltato con le orecchie e con la ragione – trattenne il respiro, continuando ad ascoltare. Forse esiste un testo che non si può tradurre in latino o in francese. Finalmente ci si poteva liberare anche di questo: dell’angusto lessico della ragione, di quelle poche centinaia di migliaia di concetti che custodivano gelosamente un segreto senza essere capaci né di racchiuderlo del tutto né di esprimerlo compiutamente.”

Sàndor Màrai , L’isola

Questo testo di Sàndor Màrai raccoglie molte suggestioni sull’arte del narrare, su quella particolare caratteristica di molti scrittori di parlare attraverso i sensi e le emozioni, una sorta di “scrittura ad occhi chiusi”, la capacità di attrarre a sé un mondo di suoni e di ritmi della terra che la parola si sforza ostinatamente di afferrare.

Ma il compito di uno scrittore e di un poeta è forse anche questo: esprimere l’inesprimibile.

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