Gli occhi dello scrittore

Un altro segnale del talento del giovane scrittore è l’adeguata precisione e originalità del suo ‘occhio’. Il buon scrittore vede le cose in modo netto, vivido, preciso e selettivo (vale a dire che sceglie ciò che è importante) non necessariamente perché la sua capacità di osservazione sia per natura più acuta di quella delle altre persone (benché con la pratica diventi tale), ma perché si preoccupa di vedere le cose in modo chiaro e di metterle per iscritto in maniera convincente. La sua preoccupazione è in parte dovuta al fatto di sapere che una visione trascurata può indebolire il suo progetto”.

John Gardner, Il mestiere dello scrittore

Questa riflessione di John Gardner, scrittore e autore di testi ormai classici sulla scrittura creativa, evidenzia una delle maggiori qualità di uno scrittore: saper vedere e saper scegliere cosa vedere.

Scrivere è principalmente mostrare, mettere sotto il nostro sguardo ambienti, comportamenti e personaggi piuttosto che altri, ‘pezzi’ di realtà che altrimenti sarebbero stati ignorati o storie che nessuno avrebbe più raccontato.

La citazione di Gardner me ne fa venire in mente un’altra, decisamente più nota, quella di Italo Calvino tratta da Le città invisibili: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Gli occhi di Truman Capote

Scrivere, forse, è un po’ anche questo, scegliere in mezzo all’inferno qualcosa che meriti di essere raccontato, farlo durare e dargli spazio con tutta l’attenzione dei nostri occhi.

Annunci

Philip Roth: il mio mestiere

Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro”.

Philip Roth, da un intervista al “Corriere della Sera”

“Io prendo le frasi e le giro. Questa è la mia vita. Scrivo una frase e la giro. Poi la guardo e la giro di nuovo. Poi vado a pranzo. Poi torno qui e scrivo un’altra frase. Poi prendo il tè e giro la frase nuova. Poi rileggo le due frasi e le giro tutt’e due. Poi mi sdraio sul sofà e rifletto. Poi mi alzo, le cancello e ricomincio da capo”.

“Lo scrittore fantasma”

Se un mattino avessi raccolto la pagina scritta e mi fossi scoperto incapace di ricordare di averla scritta, che cosa avrei fatto? Senza il mio lavoro, cosa sarebbe rimasto di me?

“Il fantasma esce di scena”

 

Virginia Woolf: il ‘piacere’ di leggere

“… Il solo consiglio che si può dare sulla lettura è quello di non seguire nessun consiglio, bensì il proprio istinto; fare uso della propria ragione, trarre le proprie conclusioni […] tuttavia […] dirò che per godere la libertà bisogna sapere controllarsi. Non dobbiamo scialacquare le nostre forze […] dobbiamo impiegare quelle forze accuratamente e vigorosamente, nel punto esatto. Questa è forse una delle prime difficoltà in cui ci imbattiamo quando entriamo in una biblioteca.

Un ritratto di Virginia Woolf con suo padre

[…]
“…chi legge perché uno scopo, per quanto desiderabile, venga raggiunto? Non ci sono forse certe attività che noi svolgiamo perché sono piacevoli in se stesse, non ci sono piaceri senza seconde intenzioni? E non si annovera fra di loro questo della lettura? Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio Universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense — le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro — l’onnipotente guarderà San Pietro e gli dirà, non senza traccia di invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente, per loro. Sono quelli che amavano leggere”.

 

Virginia Woolf, da “Come dobbiamo leggere un libro?”.

Amitav Ghosh: scrivere per combattere il silenzio

“Ogni parola che scrivo su quegli eventi del 1964 è il risultato di una battaglia contro il silenzio. Una battaglia che sono destinato a perdere, perché, anche dopo tutti questi anni non so dove, in quale recesso del mio mondo vive questo silenzio del quale so soltanto ciò che non è. Ad esempio non è silenzio di una memoria imperfetta. Né silenzio imposto dalla mancanza di libertà.

Niente di tutto ciò: niente fili spinati né barriere che possano indicarne i limiti. Non so nulla di questo silenzio eccetto che vive al di fuori della portata della mia intelligenza, al di là delle mie parole. Ecco perché questo silenzio è destinato a vincermi, a sconfiggermi definitivamente, perché non è in nessun modo una presenza; è semplicemente una lacuna, un buco, un vuoto in cui non ci sono parole.

Il nemico del silenzio è il discorso, ma non possono esserci discorsi senza parole, né parole senza un senso; ne consegue necessariamente, come in un sillogismo, che quando si cerca di parlare di fatti di cui non si conosce il senso ci si perde nel silenzio, che è la lacuna tra le parole del mondo.

E’ un silenzio che sta al riparo da qualunque gesto di scherno o di coraggio: infatti, quali possibilità abbiamo di sfidare la pura mancanza di senso? Dove non c’è senso, c’è banalità, di cui appunto questo silenzio è fatto e per questa stessa ragione non può essere sconfitto, perché è il silenzio di un’assoluta, impenetrabile banalità.”

Amitav Ghosh, scrittore e antropologo indiano, Le linee d’ombra)

Primo Levi: perché si scrive

“Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre.

Un ritratto dello scrittore Primo Levi

Perché, dunque, si scrive?

1)    Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama o gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico: è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile realizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte dello stesso colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2)    Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che ci prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono di divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie e non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico della vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicoanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3)    Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e di apicoltura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.

4)    Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragione assai diverse da quello per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto “Mein Kampf”, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5)    Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6)    Per liberarsi da un’angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente di una confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto in me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7)    Per diventare famosi. Credo che sono un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso: ma credo che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8)    Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9)    Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo”.

Primo Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino

Marguerite Duras: la carne delle parole

Ecco un passo della nitida e sensuale scrittura della scrittrice francese Marguerite Duras, che racconta l’amore,  il destino di due corpi, e l’assenza di un amore perduto in una scena davvero commovente.

Ogni dettaglio ed ogni parola sembra cantare una triste canzone di questo amore perduto.

“E’ sdraiato accanto a lei. Lei sta sotto la seta nera con gli occhi chiusi, accarezza gli occhi, la cavità degli occhi, la bocca, la linea del volto, la fronte. Cerca alla cieca un altro volto, attraverso la pelle, le ossa. Parla. Dice che quell’amore è terribile a viversi quanto l’immensità indiana. E grida.

Toglie le mani dal volto dell’uomo della camera come se scottasse, si allontana da lui, va a gettarsi contro il muro del mare. E grida.

Singhiozza. Scopre in quell’istante di essere davanti alla perdita di ogni ragione di vita. La cosa accade all’improvviso, con la subitaneità della morte. Lei chiama qualcuno con voce molto bassa, soffocata, lo chiama come fosse lì, come farebbe con un morto, al di là dei mari, dei continenti, col nome di tutti lei chiama un uomo solo con quella sonorità centrale della vocale-singulto d’Oriente, quella scaturita da sotto i tetti dell’Hotel des Roches alla fine di quella giornata d’estate.

Piange lontano da lui, lontano dall’uomo che è lì, indipendentemente da lui, al di qua di ogni storia, piange la storia che non è stata”.

Marguerite Duras, Occhi blu capelli neri, Minuit 1986

Sàndor Màrai: scrivere ad occhi chiusi

“Askenasi si sedette sulla roccia squadrata e cominciò ad ascoltare il mare. Un testo straniero, pensò, una lingua monosillabica. Forse non ha nemmeno coniugazioni. Solo ritmo… Come chi improvvisamente comincia a capire qualche parola di una lingua completamente sconosciuta, si chinò in avanti con espressione inquieta e tese l’orecchio verso quel ritmo ostinato. Sta dicendo qualcosa, non c’è dubbio. Ma forse non va ascoltato con le orecchie e con la ragione – trattenne il respiro, continuando ad ascoltare. Forse esiste un testo che non si può tradurre in latino o in francese. Finalmente ci si poteva liberare anche di questo: dell’angusto lessico della ragione, di quelle poche centinaia di migliaia di concetti che custodivano gelosamente un segreto senza essere capaci né di racchiuderlo del tutto né di esprimerlo compiutamente.”

Sàndor Màrai , L’isola

Questo testo di Sàndor Màrai raccoglie molte suggestioni sull’arte del narrare, su quella particolare caratteristica di molti scrittori di parlare attraverso i sensi e le emozioni, una sorta di “scrittura ad occhi chiusi”, la capacità di attrarre a sé un mondo di suoni e di ritmi della terra che la parola si sforza ostinatamente di afferrare.

Ma il compito di uno scrittore e di un poeta è forse anche questo: esprimere l’inesprimibile.