Flannery O’Connor: una lezione americana

Flannery O’Connor (1925 – 1964) è stata una delle più importanti narratrici americane, autrice di 32 racconti e due romanzi, tra i quali il celebre “La saggezza nel sangue”.

Oltre ad aver creato personaggi memorabili e situazioni al limite del grottesco nei suoi straordinari racconti, ha dedicato molta parte della sua attività all’insegnamento e al rapporto con i giovani scrittori.

In questo intervento, dal titolo “Natura e scopo della narrativa”, la O’Connor riflette con grande lucidità intellettuale su alcune caratteristiche dell’arte narrativa e sulla utilità delle scuole di scrittura.

Una lezione di straordinaria modernità . Natura e scopo della narrativa

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Usare i sensi: “Lolita” di Vladimir Nabokov

Ecco come Vladimir  Nabokov, in un mirabile passo del suo maggiore capolavoro, riesce a descrivere un’intera scena e la situazione emotiva del suo protagonista, attivando i sensi del lettore e sottolineando l’aspetto sonoro della realtà nel descrivere l’assenza dell’amata Lolita:

Vladimir Nabokov

“Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida che in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche, si poteva udire di tanto in tanto, come liberato, uno zampillo quasi articolato di vivide risa, o il colpo di una mazza, o lo sferragliare di un camion giocattolo, ma era tutto troppo lontano dagli occhi perché si potesse distinguere un movimento nelle strade appena tratteggiate. Rimasi ad ascoltare quella vibrazione musicale dall’alto del mio dirupo, quegli sprazzi di grida isolate che avevano per sottofondo una sorta di schivo mormorio, e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di Lolita dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni. Questa, dunque, è la mia storia. L’ho riletta. C’è rimasto attaccato qualche brandello di midollo, e sangue, e mosche bellissime d’un verde brillante. A questa o quella delle sue svolte sento che il mio essere vischioso mi sfugge, scivola in acque troppo profonde e troppo oscure perché io possa sondarle”.

Dall’unità didattica: lo stile, usare i sensi (Corsi di scrittura creativa).

Natalia Ginzburg: il mio mestiere

[…] “Ho capito allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. E’ un cattivo segno se non ci si stanca. Uno non può sperare qualcosa di serio così alla leggera, come con una mano sola, svolazzando via fresco fresco. Non si può cavarsela così con poco.

Un ritratto della scrittrice italiana Natalia Ginzburg

Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi; e se ha dei sentimenti molto forti che lo inquietano in cuore, se è molto felice o molto infelice per una qualunque ragione diciamo terrestre, che non c’entra per niente con la cosa che sta scrivendo, allora, se quanto scrive è valido e degno di vita, ogni altro sentimento s’addormenta in lui. Lui non può sperare di serbarsi intatta e fresca la sua cara felicità, o la sua cara infelicità, tutto s’allontana e svanisce ed è solo con la sua pagina, nessuna felicità e nessuna infelicità può sussistere in lui che non sia strettamente legata a questa sua pagina, non possiede altro e non appartiene ad altri e se non gli succede così, allora è segno che la sua pagina non vale nulla”.

Natalia Ginzburg, Il mio mestiere

Scrivere le ambientazioni: “Jazz” di Toni Morrison

La scrittrice afro-americana e premio Nobel Toni Morrison

“Questa città mi piace un casino. La luce del giorno fende gli edifici come la lama di un rasoio tagliandoli in due. Nella parte superiore si vedono volti affacciati e non è facile dire quali siano di persone e quali opera degli scalpellini. Quella inferiore è in ombra, lì trovano posto le cose blasé: clarinetti e amplessi, pugni e voci dolenti di donne. Una città così mi fa volare, e le cose me le fa sentire dentro. Brrr. E’ per via dell’acciaio lucente, che freme sopra l’ombra. Quando guardo le strisce di erba verde lungo il fiume, i campanili delle chiese e gli atri ramati e color crema degli edifici, mi sento forte. Certo, ci si sente soli, ma in gambissima e indistruttibili – come la città nel 1926 – quando non ci sono né ci saranno mai più guerre. Le persone laggiù se ne rallegrano. Finalmente, finalmente tutto è nel futuro”.

Toni Morrison, Jazz.

Paco Ignacio Taibo II: scrivere nel caos

“C’è gente convinta che un romanzo debba spiegare tutto. Che il romanzo debba essere il riparatore della vita e delle sue incoerenze. Ma la vita è mai stata coerente? E perciò pensa che lo scrittore occupi questa posizione centrale nello spazio e nel tempo per dare un inizio e un finale alle storie (ma lei conosce qualche storia che abbia un finale, una cosa che si dovrebbe chiamare finale, finale-finale?), collegare riempire vuoti e dissipare zone d’ombra; spiegare i comportamenti dei personaggi.


C’è chi crede che il romanzo abbia una funzione divulgativa e una vocazione pedagogica. Niente di più lontano dalla verità. Il romanzo non è fatto per mettere ordine nel caos. Il romanzo non è fatto per mettere ordine in un beneamato cazzo. Il romanzo non è nato per dare soddisfazione agli amanti dell’ordine. È fatto per divertirsi con le vertigini, per creare casino, per goderne, per rimestarlo.
Non si tratta di rispondere a domande ma di farne altre, sempre nuove, sempre più inquietanti.

Il romanzo, come la realtà reale, come le storie che conosciamo tutti e che ci capitano sempre, è pieno di parentesi, buchi, ellissi che ballano saltellando da una parte e dall’altra senza desiderare concretizzarsi, senza voglia di spiegarsi.
Credo di essere ben lontano dall’illusione che quando la vita diventa profondamente incoerente arrivi il romanzo a metterci una pezza.

D’altra parte non dobbiamo lamentarci troppo. Il romanzo è certamente il guercio in questo luminoso deserto messicano in cui abbondano i ciechi.”.

Paco Ignacio Taibo II, Ritornano le ombre

L’arte dello scrittore per Abraham Yehoshua

“Secondo me la domanda principale è “come” qualcosa succederà, e non “che cosa” succederà. Riuscire a trattenere l’attenzione di chi legge sul come e non sul cosa è un problema che deve affrontare qualunque scrittore. E’ nei libri gialli che per lo più ci si chiede soprattutto che cosa succederà, ma dopo che si è finito il libro non ci si pensa più, mentre in altri tipi di romanzo si sa già che cosa avverrà e la domanda essenziale verte sul come. E’ lo stesso nella vita reale; nessuno si preoccupa di che cosa faremo a mezzogiorno, perché sappiamo già che andremo a pranzo. Quello che vogliamo sapere del nostro futuro è come sarà. L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore.”

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio.